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PERCORSI DI QUALITA'

Timo e lavanda, l'export corre con il Global Gap

Con la crisi delle primizie orticole di Albenga un giovane agricoltore  ha puntato tutto sulle piante in vaso: con la certificazione di sostenibilità socio-ambientale ora rifornisce la Gdo europea

La zona è quella di Albenga (Savona), famosa dall'inizio del '900 per le sue primizie orticole  apprezzate sui mercati di Genova, Torino e Milano, quali il carciofo, carciofo spinoso, l'asparago viletto, la zucca acerba (trombetta di Albenga). Ora però, in quello che a lungo è stato uno dei distretti orticoli più importanti, le cose non vanno più tanto bene, complice la crisi, e prima ancora la concorrenza del Sud Italia e della Spagna, alla quale i "fazzoletti di terra" ricchi di primizie non hanno potuto resistere adeguatamente. L'alternativa? Riconvertire l'azienda puntando su produzioni alternative, ma sempre ad alto valore aggiunto.
Anche l'azienda di Luca Lanzalaco, 28 anni, all'inizio produceva questa tipologia di ortofrutticole (anche pesche e albicocche) ma già i genitori all'inizio degli anni '80 capiscono che bisogna puntare su qualcos'altro: più precisamente le piante in vaso come rosmarino, salvia, timo, lavande, margherite e ciclamini. Negli anni però il mercato italiano si dimostra sempre più difficile da conquistare, ci sono aree vocate (vedi quella di Pistoia) che possono contare su economie di scala maggiori.
E allora? Si punta sull'estero. C'è un mercato da conquistare, è quello del Nord Europa (Svezia, Germania, Inghilterra, Francia, ma negli ultimi anni anche Polonia, Russia e Romania), particolarmente adatto a questo tipo di commercio.  Però le catene della grande distribuzione di questi Paesi sono esose, chiedono ai loro fornitori ulteriori garanzie per importare il prodotto: è così che da due anni Luca ha dotato l'azienda di una certificazione "Global Gap" (Good Agriculture Practice), che aumenta la possibilità di export in quei mercati.
In sostanza, questo tipo di certificazione (volontaria) non riguarda solo l'attenzione rispetto all'utilizzo dei prodotti fitosanitari (l'azienda di Luca non fa biologico ma integrato) ma anche aspetti quali lo sfruttamento di manodopera, la situazione fiscale e l'inquinamento delle falde acquifere. Insomma, bisogna certificare la propria reputazione ecologica e sociale.
Il giovane imprenditore ligure, che ha potuto usufruire anche dei finanziamenti del Psr regionale per l'ammodernamento dell'azienda, ha accettato la sfida e i risultati non si sono fatti attendere. Con un'azienda di un ettaro e mezzo in produzione, Luca è riuscito ad entrare in questi mercati, che ora costituiscono il 90% del suo fatturato. "La certificazione ci ha aiutato tantissimo - racconta Luca -. Occorre però anche dire, se devo trovare un difetto a questo sistema, che per regolamento io non posso esporre questo tipo di certificazione sul vaso: si tratta cioè di una garanzia visibile solamente per la Gdo, non per il consumatore finale. Dal punto di vista del marketing quindi rimane un po' una "pecca". Inoltre, pensando al futuro, è difficile spostarmi molto dal prodotto-base (cioè il vaso 14 o 18 cm nero) per la commercializzazione. Devo dire che in questo senso trovo abbastanza rigidità nei rivenditori, ma capisco che qualsiasi eventuale innovazione ha bisogno anche di tempo".
"Vanno bene invece - conclude Luca - tutte quelle altre iniziative che producono eventi o presenza sulla rete e sui social network: per fare un esempio, il sito "Fiori e aromi", elaborato dalla Cia di Savona, che raccoglie molte aziende del settore ognuna con una pagina propria".

 
 
 
 
 
 
 

Andrea Festuccia

 
 
 

PianetaPSR numero 31 - aprile 2014