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Innovazione, la sfida della tecnologia al servizio dell'agricoltura

Abbiamo chiesto ad Alex Giordano, pioniere italiano della rete e curatore del progetto Rural Hack, di offrirci il suo punto di vista sulle prospettive e i rischi dell'innovazione tecnologica nell'agroalimentare.

Migliorare la qualità e la sostenibilità della produzione agricola attraverso l'innovazione tecnologica è senza dubbio una delle principali sfide del nostro tempo, soprattutto in un'ottica di prospettiva. Il ruolo che la tecnologia può svolgere in campo e nella filiera agroalimentare è destinato inevitabilmente ad essere sempre più determinante, non solo per le grandi aziende ma anche, se non soprattutto in alcuni casi, per le piccole e medie imprese. 
In un Paese caratterizzato da un tessuto produttivo spesso di livello familiare come l'Italia l'utilizzo delle innovazioni tecnologiche è fortemente condizionato da una serie di fattori, primo dei quali quello economico e risulta determinante la definizione di strumenti e percorsi che consentano di adattare le nuove tecnologie alle caratteristiche e alle possibilità delle aziende agricole.
Abbiamo cercato di analizzare questo tema con il prof. Alex Giordano, responsabile della task force "Rural Hack" del programma Societing 4.0, esperto di nuove tecnologie applicate all'agroalimentare.

Quali sono le potenzialità, i rischi e i limiti dell'innovazione tecnologica in ambito agroalimentare?

Credits: Pina Caliento
Credits: Pina Caliento

Questa è una bella domanda perché in genere quando si parla dell'innovazione tecnologica in ambito agroalimentare, per semplicità o per utilità, si fa sempre un discorso positivo, mettendo in luce le potenzialità e lasciando sullo sfondo rischi e limiti.Di sicuro le potenzialità ci sono se è vero che nel 2018 questo nuovo mercato ha dato risultati impressionanti con un aumento del 270%; in un solo anno!Per altro si registrano anche gli ottimi risultati del settore agroalimentare italiano che si conferma un asset decisivo per il Paese con un valore complessivo (nel 2018) pari a 133 miliardi di euro realizzati da 1,3 milioni di imprese (dall'agricoltura alla ristorazione) che rappresentano il 25% di tutte le imprese iscritte alle camere di commercio e offrono lavoro a 3,2 milioni di persone.

Ci sono diversi vantaggi che le nuove tecnologie possono portare in tutte gli ambiti della catena del valore: dalla produzione, alla trasformazione, dalla vendita fino al consumatore finale. Penso, anzitutto, ai vantaggi che l'agricoltura di precisione,i sensori, i big data o i droni, portano in campo: riduzione di uso di acqua per le piante, controllo dei parassiti in tempi rapidi con la riduzione conseguente di sostanze chimiche e fertilizzanti che vengono dati alle piante solo quando servono. Penso anche all'uso della blockchain per controllare la qualità dei cibi, per favorire i pagamenti agli agricoltori, per avere più trasparenza (anche a vantaggio di chi produce), per consentire al consumatore di avere certezza sulle informazioni relative a ciò che consuma.In effetti però, ad oggi ci sono diversi limiti dati da fattori di contesto, spesso culturali e dettati da interessi economici molto forti. Perché in realtà queste tecnologie non sono la causa diretta dei cambiamenti, dato che si vanno ad inserire in processi, dinamiche e pratiche che esistono e che sono anche molto solide perché mantengono posizioni di potere e grandi interessi economici.Penso, per esempio, alla grande distribuzione che strozza i piccoli agricoltori e le imprese di trasformazione; o l'agricoltura intensiva e monoculturale che riduce la biodiversità e consuma suolo spesso non per produrre cibo per le persone ma per produrre cereali e soia che servono come alimento per il bestiame dei grandi allevamenti intensivi e/o per combustibili. 

Il limite dell'innovazione in agricoltura(tecnologie computazionali e informative insieme alla tecnologia genetica) è, in sintesi, che non ci garantisce automaticamente un impatto positivo in termini di sostenibilità economica, sociale ed ambientale, rafforzando il paradigma del capitalismo estrattivo.
Questo genera una serie di rischi, per esempio legati all'uso e alla proprietà dei semi così come all'uso e alla proprietà dei dati che le attività agricole possono produrre, che diventano un grande valore conoscitivo ed economico, non direttamente per gli agricoltori ma per coloro che possiedono i brevetti e le piattaforme nelle quali questi dati vengono raccolti, stoccati e riusati. 
Allo stesso modo il rischio è che la grande distribuzione, attraverso il controllo diretto di tante informazioni della filiera, spinga ancora di più su scelte che strozzano i piccoli produttori, per esempio applicando dei prezzi che non consentono agli agricoltori e ai lavoratori dell'agricoltura di avere margini di guadagno adeguati. E il condizionamento può verificarsi sui prezzi delle materie prime nei mercati internazionali così come lungo tutta la filiera, spingendo sempre di più il cibo a diventare una commodity e non un bene comune di valore.

 

Quali caratteristiche del comparto rappresentano i punti di forza e le criticità per l'utilizzo di queste tecnologie?

Noi in questi ultimi tre anni abbiamo incontrato migliaia di giovani agricoltori (grazie a collaborazioni importanti con le principali associazioni di categoria, con il Ministero, con l'Università, con le Camere di Commercio e con Ismea) e, fuor di retorica, questo bagno di realtà mi consente di dire che il punto di forza del comparto sono realmente le persone. Ci sono molti produttori agricoli in Italia che hanno una grande cultura della qualità dei prodotti. E ci sono molti giovani agricoltori che hanno già più competenze di quelle che avevano gli agricoltori tradizionali, il che li rende aperti al confronto soprattutto quando vedono che la proposta relativo all'uso delle tecnologie può essere alla loro portata. Per esempio noi con Officine Innesto abbiamo creato il kit "Rual Hack", tutto basato su tecnologie open source, che tra le altre cose consente di utilizzare sensori che rilevano l'umidità e riducono l'uso di acqua con conseguenti risparmi anche economici.

La criticità rispetto all'uso delle nuove tecnologie è legata a diversi fattori, primi fra tutti quello culturale e quello economico. Si tratta, infatti, di investimenti importanti che richiedono anche l'uso di conoscenze diverse da quelle che hanno abitualmente gli agricoltori. Inoltre, come dicevo prima, c'è un elemento di forte criticità dettato dalle dinamiche di interesse. In fondo le catene di fornitura sono reti che coinvolgono attori diversi, che hanno differenti interessi. Per questo il gioco funziona se è "win-win", cioè se tutti gli attori della filiera ritrovano incentivi e vantaggi nell'essere parte del sistema. Guadagni, sicurezza dei dati, rapidità dei tempi di esecuzione dei diversi processi, devono essere adeguatamente diffusi per l'intera rete di attori.Per i contadini, per esempio, può essere interessante un pagamento in tempo reale dei prodotti, oltre che la possibilità di valutare la merce in tempo reale, insieme agli altri attori della filiera (finanziatori per esempio e commercianti). Può essere interessante, inoltre, condividere un sistema di informazioni che qualifichi e garantisca la qualità dei prodotti (magari condizionandone il prezzo). Il problema è che le catene di fornitura sono tipicamente caratterizzate dalla competizione e non dalla cooperazione, con una mancanza di fiducia tra compratori e venditori che archiviano separatamente i propri dati commerciali, finanziari e di produzione. Questo è un aspetto di contesto molto rilevante da tenere in considerazione perché può modificare la tecnologia piegandola al servizio di alcuni interessi specifici.Torno, a questo proposito, a pensare alla relazione di forza con la quale agisce la grande distribuzione nei confronti di tutta la filiera, imponendo i prezzi, condizionando la concorrenza tra le imprese che trasformano i cibi, arrivando a modificare profondamente i gusti dei consumatori con un effetto sulla riduzione della biodiversità, il movimento delle merci e, non ultimo, il trattamento dei lavoratori delle campagne.

Quali ritiene siano i percorsi, a livello organizzativo e pratico, per superare i limiti derivanti dalla specifica conformazione dei profili aziendali delle imprese agroalimentari italiane?

Leggo spesso che la piccola e media impresa italiana dovrebbe diventare più grande. Questo, in parte, riguarda anche le aziende agricole: se sei grande produci e guadagni di più, con tutto quello che ne consegue in termini di potere negoziale sul mercato.Io penso che ci siano strade alternative e, osservando il passato del nostro Paese, analizzando il presente e immaginando il futuro, dico che c'è la possibilità di superare il limite dimensionale evitando uno sforzo individuale, semplicemente mettendosi insieme. Credo nelle comunità: quelle di pratica, che possono condividere i saperi (e da questo punto di vita le tecnologie favoriscono e facilitano lo scambio come, succede, per esempio, con la piattaforma di farmerhack.org) e lo sforzo economico di acquisire strumenti costosi (le cooperative agricole sono un esempio virtuoso di questa forma di sharing economy); ma anche comunità locali e territoriali che, insieme, possono mettere a valore il loro impegno, le loro idee, le loro energie per vivere meglio insieme e per sviluppare la loro realtà.Poi per superare i limiti che dicevo prima c'è la necessità di utilizzare dati e sistemi aperti oltre che di avere algoritmi trasparenti che restituiscano la sovranità digitale alle persone.Infine, secondo me, c'è un lavoro importante da fare su cibo e dati come beni comuni e sul valore -anche economico- che come beni comuni possono avere in una logica di redistribuzione e di minor disuguaglianza, oltre che nella logica di risoluzione dei problemi e delle esternalità che i più ricchi del pianeta stanno scaricando su tutti noi. 

La scorsa estate si è tenuta a Roma la Summer School NeoRural Futures, di cui Giordano è stato uno dei coordinatori, a cui hanno partecipato 40 tra studenti, professori, ricercatori e artisti, provenienti da tutto il mondo. Dal workshop sono emersi alcuni possibili scenari per l'agricoltura del futuro nei quali innovazione e tecnologia svolgono un ruolo determinante.

Quali sono gli elementi di particolare interesse che sono emersi da questo incontro?

Credits: Pina Caliento
Credits: Pina Caliento

Una cosa per tutte che mi ha colpito molto: i giovani agricoltori, e a maggior ragione quelli meno giovani, chiedono di poter continuare ad avere un'autonomia necessaria sugli strumenti di lavoro e di produzione. Gli strumenti per l'agricoltura di precisione sviluppati attraverso framework open source stanno consentendo a ricercatori e scienziati di sviluppare, adattare e personalizzare il software libero per le proprie esigenze specifiche.Dalla Tanzania e dal Giappone agli Stati Uniti, la comunità agricola sta sfruttando i dati e beneficiando di piattaforme di machine learning gratuite, come TensorFlow e CaffèNet, per migliorare la salute delle loro piante e animali massimizzando la produttività. Che siano gli agricoltori, che si affidano a Farm Hack per condividere strumenti tecnologici fai-da-te, o giardinieri domestici che usano FarmBot per piantare semi e uccidere le erbacce nei loro cortili, queste innovazioni collaborative stanno cambiando il panorama della produzione alimentare nell'era digitale.In più le tecnologie open source rappresentano una possibilità concreta anche per l'agricoltura italiana perché sono adattabili ai diversi contesi ed accessibili con investimenti minimi. Bisognerebbe creare degli hub di conoscenza distribuiti sul territorio a sostegno delle reti di impresa e delle comunità. 

Noi in Italia non ci rendiamo ancora conto di cosa significa lo strapotere del sistema della grande industria del cibo, ma alcuni fenomeni stanno arrivando anche qui: obesità, povertà alimentare, ... oltre 23 milioni di americani vivono in comunità insicure nel settore alimentare in cui l'accesso al cibo nutriente è inaffidabile, e questo rende queste comunità più vulnerabili alla fame, all'obesità e ai rischi per la salute associati.
Ci sono dati inquietanti anche per l'Italia sull'aumento dell'obesità infantile, soprattutto, e anche sull'insicurezza alimentare che ha effetti immediati sulla salute delle persone.
Penso che sia veramente importante lavorare con gli agricoltori per mettere a sistema tutto questo, e per supportarli nell'esercizio del loro ruolo politico.

 
 

Alex Giordano


Università Federico II° di Napoli Programma di ricerca/azione Societing4.0. Curatore del progetto RuralHack.org 

Pioniere italiano della rete è considerato uno dei principali esperti di Social Innovation e Digital Transformation. è stato consulente su temi della trasformazione digitale di brand del calibro di: TIM, Google, Chicco, Tiscali, MTV, Diesel, Fiat e molti altri. 

È docente di Marketing e Trasformazione Digitale 4.0 presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università Federico II di Napoli, recentemente nominata Competence Center del Piano Nazionale Impresa 4.0, per la quale è responsabile scientifico del progretto Societing 4.0, un programma di ricerca/azione che punta a sviluppare un modello di innovazione 'mediterraneo'. 

È fondatore dei progetti RuralHub e Rural Hack lavora alla diffusione di nuovi approcci 4.0 per l'agricoltura e per lo sviluppo delle comunità rurali e con il progetto PIDmed si occupa della trasformazione digitale delle micro/piccole/medie imprese italiane con particolare attenzione alle imprese del sistema agrifood. 

È cofondatore di NinjaMarketing, membro dello IADAS (Accademia Internazionale di Arti e Scienze) di New York, e autore di vari libri tra cui Marketing Non Convenzionale (Sole24Ore, 2007) e Societing Reloaded (Egea, 2013) e curatore dell'edizione italiana del Libro Bianco sulla Innovazione Sociale, del Manifeto della RUral Social Innovation e di Blockchain per l'Agrifood: scenari applicazioni e impatti.

 
 
 
 
 

PianetaPSR numero 85 novembre 2019