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Ambiente, la gestione dei fitosanitari nel sistema SQNPI

Il loro uso sostenibile al centro di un webinar del Mipaaf.

Nella giornata del 24 febbraio 2022 è stato organizzato un webinar dal titolo "Disposizioni previste dall'articolo 43 del D.L. 76/2020" cui hanno partecipato, in veste di relatori, il Capo Dipartimento Giuseppe Blasi, il Presidente del Gruppo Difesa Integrata Giuseppe Ciotti e tre esperti in materia, rispettivamente il Dott. Cristiano Baldoin, il Dott. Daniel Bondesan ed il Dott. Davide Falchieri. Gli esperti hanno evidenziato l'ambito operativo e mostrato le più recenti tecnologie di precisione, a carattere operativo o sperimentale, che permetteranno di avvalersi della deroga all'uso dei prodotti fitosanitari sotto la soglia minima di etichetta in regime SQNPI.
( Le presentazioni degli esperti e la registrazione del webinar sono consultabili a pagina Aggiornamenti della norma SQNPI - SEMINARI (reterurale.it), link in calce all'articolo)

Il tema oggetto del seminario assume grande rilevanza dal momento che si colloca al centro di una questione, quella dell'uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, su cui si concentra l'attenzione di istituzioni, operatori di settore e opinione pubblica. Non a caso tra i più ambiziosi obiettivi delle politiche europee in materia di sviluppo sostenibile, Green Deal e strategia Farm to Fork, si colloca quello di dimezzare le quantità di PF impiegati entro il 2030.

Nel corso del webinar i ricercatori e gli esperti coinvolti, si sono addentrati nella materia sviscerando aspetti che in alcuni casi assumono una forte connotazione tecnica, ma che in questo documento cercheremo di semplificare in maniera che sia di facile accesso anche al grande pubblico. 

L'ambito normativo entro il quale articolare il nostro discorso è quello che disciplina l'uso dei PF e, in particolare, la parte riconducibile al Regolamento CE 1107 del 2009 e al decreto legislativo 194/1995, per quanto riguarda le disposizioni relative alla dose massima ad ettaro, al numero massimo di trattamenti, al periodo minimo intercorrente tra ultimo trattamento e raccolta del prodotto e alla dose minima da applicare ad ettaro. 

Il ricorso a dei rigidi criteri di impiego dei PF è di comprensione immediata, forse lo è un po' meno quello relativo alla dose minima, visto che è istintivo pensare che meno PF usiamo e meglio è.  In realtà, è necessario evidenziare che, individuare una dose minima è importante per poter assicurare trattamenti efficaci e, al tempo stesso, prevenire l'insorgenza di forme di resistenza da parte di fitopatogeni e fitofagi, analogamente a quanto avviene nei settori della medicina umana e veterinaria per quanto riguarda l'uso degli antibiotici.  Con il tempo però, è stato notato che un generalizzato vincolo basato sulla dose minima preclude la possibilità di intervenire, in casi particolari, con interventi mirati in grado di limitare allo stretto necessario le quantità PF. 

Detto questo, quale sarebbe la novità introdotta dalla disposizione delle LGNDI (Linee Guida Nazionali Difesa Integrata) in esame? 

La novità consiste nell'aver previsto la possibilità di gestire alcune situazioni in cui si rileva che la violazione di legge in materia di dose minima di impiego si concretizza per un mero artificio senza che, in realtà, ci siano le condizioni di rischio, espressamente previste dalla normativa, tali da giustificare l'uso delle quantità minime di PF previste in etichetta.

Per venire ai casi concreti, l'impiego di macchine irroratrici a recupero, cioè dotate di dispositivi in grado di recuperare la parte di miscela fitoiatrica che va fuori bersaglio, cioè oltre la barriera di foglie da trattare, potrebbe far configurare una situazione di illecito uso del PF. Significa forse che in questi casi non si impiega la dose alla concentrazione necessaria, ovvero in grado di esplicare un'efficace azione di contrasto dell'avversità? No. Nella realtà, tenuto conto che la dose minima si esprime con un rapporto tra volume della miscela fitoiatrica /superficie, nel caso citato la quantità di miscela e, quindi, di PF recuperato, riduce il valore del numeratore che, di conseguenza, fa diminuire il valore del rapporto sotto il limite minimo di etichetta che quindi si configura in un apparente caso di illecito impiego del PF. Ne consegue che, l'applicazione di quella che appare agli occhi di tutti una pratica virtuosa, capace cioè di limitare l'impiego del PF allo stretto necessario e di ridurre la dispersione della parte in eccesso nell'ambiente, trovi un limite nella disposizione di legge relativa al rispetto della dose minima. 

Questa situazione si rileva in maniera evidente nel caso di impiego di macchine distributrici particolari, comprese quelle dotate di sensori che adattano il flusso dei getti della miscela fitoiatrica in relazione alla forma di allevamento dei frutteti e dello sviluppo delle piante o che siano dotate di sistemi di erogazione a impulsi capaci di ridurre, a parità di efficacia, la miscela erogata.  

Senza però trascendere i confini della fantascienza, la cosa più interessante è che una riduzione delle dosi d'impiego dei PF potrebbe essere assicurata con la tecnologia ordinaria se solo si regolassero le irroratrici, anche di vecchia generazione, in maniera da adeguare la quantità di miscela fitoiatrica da irrorare alla reale superficie fogliare riscontrabile nelle varie fasi fenologiche della pianta.  Pertanto, appare scontato che, quando nella prima fase fenologica abbiamo a che fare con tralci di vite lunghi appena 20 centimetri ci si può limitare ad attivare un ridotto numero di ugelli, cosa che permetterebbe un grande risparmio di miscela fitoiatrica, che in alcuni casi raggiunge anche il 70- 80% rispetto a quella da impiegare nella fase di massimo rigoglio vegetativo in presenza di una superficie fogliare decine di volte superiore.  La fattispecie dell'esempio assume valore nel caso in cui nell'etichetta del PF è riportata una sola dose minima, che significa che la stessa è stata determinata in funzione della quantità necessaria a garantire la migliore copertura della superficie fogliare nel momento di massimo accrescimento della pianta.

In realtà, il principio dell'adattamento della dose minima è stato fatto proprio da molte imprese produttrici di fitofarmaci che riportano sulle proprie etichette le dosi minime previste per le differenti fasi fenologiche della coltura. Un bel passo in avanti che auspichiamo possa diventare la regola generale tanto da rendere inutile il ricorso alla deroga in questione. In attesa che ciò si realizzi, poter diffondere le modalità di impiego dei PF che possono avvalersi della deroga potrebbe evitare le situazioni paradossali prima citate e dare un contributo enorme in termini di uso sostenibile dei PF. 

Nella consapevolezza che centinaia di operatori potrebbero trovarsi nelle condizioni di dover utilizzare quantità di PF superiori rispetto a quelle effettivamente necessarie e di far tornare artificiosamente i conti sui registri dei trattamenti nel caso usassero macchine a recupero, esponendosi così  anche al rischio sanzioni,  la legge 11/09/2020 n.120  ha voluto introdurre questa novità, convertendo in legge la disposizione dell'art.43 comma 7-quater del d.l. 16/07/2020 n. 76, che introduce la deroga poi recepita nelle LGNDI. Nello specifico la legge vincola il ricorso alla deroga alle seguenti condizioni:

  1. Operare in regime di qualità (SQNPI o altri sistemi di certificazione della sostenibilità);
  2. Adottare una specifica disciplina da prevedere nella norma tecnica/standard di riferimento (nel caso SQNPI è stata prevista nelle Linee guida nazionali di difesa integrata predisposte dal GDI); 
  3. Prevedere la possibilità di operare in deroga riferita esclusivamente alla dose minima prevista in etichetta.

Gli interventi degli esperti. Sotto-dosaggio o adeguamento della dose?

Dopo la premessa relativa alle ragioni giuridiche che hanno indotto il legislatore a prevedere la deroga in questione, si riporta una sintesi degli interventi degli esperti sugli aspetti di natura prettamente tecnica.    

Le indicazioni di etichetta andrebbero modulate in relazione a diversi fattori. Più che parlare di dosi ridotte si dovrebbe pensare ad un "adeguamento della dose" poiché è poco razionale individuare un unico valore in un range che tiene conto, specialmente per le colture arboree, di situazioni differenti che determinano un diverso LAI (leaf area index) in funzione di molteplici realtà di campo. La dose dovrebbe essere proporzionale alla superficie bersaglio da trattare, onde evitare di incorrere in problemi di deriva e fitotossicità nel caso in cui il dosaggio venisse sovrastimato, o di inefficacia e sviluppo di resistenze nel caso in cui lo stesso fosse sottostimato. La superficie da trattare, ovviamente, varia in funzione del tipo di coltura (talvolta anche della varietà), del sesto di impianto e della fase fenologica durante la quale viene fatto il trattamento (appurato che su una superficie fogliare debba andare una certa quantità di prodotto, è ben diverso trattare una coltura all'inizio del suo sviluppo rispetto a una in pieno sviluppo vegetativo). 

Ulteriori elementi da considerare sono attribuibili all'entità delle perdite (massa vegetale variabile o frastagliata); al tipo di macchinario impiegato ovvero all'efficienza della tecnica di distribuzione (ben diverso è l'impiego di una macchina tradizionale rispetto all'impiego di una macchina a recupero); all'esperienza dell'utilizzatore (metodi e tecniche di distribuzione corrette); alla manutenzione e regolazione delle macchine.

Ma come si arriva a determinare la dose ottimale?

immagine con equazione per dose ottimale

Esistono metodi di espressione del volume e della dose che tengono conto dell'effettiva quantità di vegetazione da trattare (dimensione della coltura, densità della chioma, estensione fogliare etc.) così da individuare la quantità ottimale di miscela fitosanitaria per ottenere una bagnatura adeguata, omogenea ed esente da gocciolamento. Questo approccio all'irrorazione è noto anche come Crop Adapted Spraying (irrorazione adattata alla coltura) o CAS.

Ad esempio, il metodo Tree Row Volume -TRV, noto fin dagli anni 90, tiene conto del volume della vegetazione sul terreno stimandone il volume occupato dai filari, altezza e spessore della chioma moltiplicate per la superficie di terreno, in rapporto alla distanza interfilare. Tale metodo si ottiene applicando la seguente formula:

formula di metodo Tree Row Volume -TRV

Per utilizzare tale risultato, però, è necessario individuare un "indice di volume adeguato a metro cubo di vegetazione" il cui valore (tra circa 0,02 e 0,05 l/m3 e massimo di 0,08 l/m3) varia a seconda della densità fogliare (valori bassi si applicano per pareti fogliari poco espanse) e della coltura. 

Questo metodo è indicato per colture che presentano uno spessore della chioma pronunciato ed un profilo di forma regolare. 
Il metodo TRV risulta però di difficile applicazione e, pertanto, la comunità scientifica ha proposto un ulteriore metodo di calcolo che tiene conto della misurazione della superficie fogliare esposta al trattamento. Il metodo, denominato Leaf Wall Area -LWA, si applica usando la seguente formula:

formula di metodo Leaf Wall Area -LWA

Anche in questo caso è necessario individuare un appropriato indice di volume il cui valore (tra 0,015 e 0,04 l/m2) varia tenendo conto dello spessore e della densità della parete fogliare (a parità di altezza ed interfila, l'indice di volume dovrà essere adeguato allo spessore e densità della coltura). Il metodo LWA è indicato per vegetazioni con spessore della chioma limitate, per colture a spalliera stretta ed è adattabile anche a forme di allevamento a pergola o a tendone.

Nella scelta del corretto volume da distribuire risulta fondamentale anche tener conto di altri fattori quali le caratteristiche della macchina impiegata e la scelta degli ugelli (portata, dimensione, numero, tipologia, pressione di lavoro ed orientamento). Macchine più evolute, ovviamente, consentono una bagnatura fogliare più efficiente, minore dispersione e più sostanza attiva sulla pianta, a parità di altri parametri. La possibilità di regolare la direzione dei flussi d'aria, che dipende completamente dalla conformazione dell'apparato di distribuzione, è fondamentale per un'irrorazione mirata e adattata al bersaglio. 

Pur tenendo conto di quanto premesso, è necessario evidenziare che, anche impiegando macchine più datate è possibile ottenere miglioramenti nell'efficienza della distribuzione attraverso l'accurata regolazione ed il controllo funzionale della macchina, oltre che mediante la sostituzione degli ugelli e/o l'applicazione di componenti più moderni.

Tra le tecnologie per la distribuzione a dosi adattate risultano di notevole rilevanza le irroratrici a tunnel in grado di recuperare il prodotto che non si deposita sul bersaglio, soprattutto all'inizio della stagione quando la chioma, poco sviluppata, intercetta poco, recuperando così fino all'80% di miscela, riducendo la deriva dell'ambiente ed abbattendo la quantità di prodotto distribuito per ettaro. La diffusione delle irroratrici a recupero è limitata soprattutto a causa del costo elevato, al loro ingombro (manovrabilità problematica), all'impossibilità di stabilire a priori la quantità esatta di miscela con cui rifornire il serbatoio e alla poca adattabilità alle zone di collina e montagna. Tuttavia, la loro diffusione è in aumento perché favorita da finanziamenti pubblici nell'ottica di una riduzione del consumo dei pesticidi e della loro deriva nell'ambiente. 

L'evoluzione tecnica ha inoltre già messo in commercio o sta sperimentando macchine e attrezzature a distribuzione variabile "smart": irroratrice con sensori a ultrasuoni (in grado di rilevare la presenza della vegetazione ed aprire e chiudere di conseguenza l'erogazione) e regolazione della portata di miscela e aria in tempo reale; irroratrice autonoma a volume variabile con sistemi ottici di visione della chioma (con computer di bordo in grado di comandare gli ugelli pvm); tecnologia a rateo variabile via scanner infrarosso; dispositivo RTM 101 etc.

Per le colture erbacee o orticole la riduzione delle quantità di prodotto si ottiene essenzialmente attraverso sistemi di localizzazione (o distribuzione localizzata) quali la distribuzione a bande su colture seminate a righe; la distribuzione mirata degli erbicidi con l'individuazione delle infestanti tramite sensori (spot spraying); mappe di prescrizione e controllo etc.

Ulteriore sistema, definito a "getto intermittente", si pone quale metodo indiretto, applicabile sia in per le colture arboree che per quelle erbacee, in grado di ridurre i volumi e le quantità di prodotti fitosanitari distribuiti. La tecnica di applicazione "a impulsi" si basa sull'interruzione, con intervalli regolari e di rapidissima intermittenza, del flusso di soluzione con cui si alimentano gli ugelli nel corso del trattamento. Questo sistema di funzionamento alternato dei diffusori consente di ottenere un piccolissimo distanziamento dei depositi e consente di ridistribuire il formulato da punti ad elevata concentrazione verso zone a minor concentrazione, sfruttando il fenomeno della diffusione del p.a. nella cuticola del vegetale.

In conclusione, lo scopo della distribuzione del prodotto fitosanitario dovrebbe essere quello di ottenere un deposito della dose, apportata in quantità sufficiente ed in maniera mirata ed omogenea, in grado di combattere i parassiti dannosi presenti sulla pianta, evitandone quanto più la dispersione. Affinché questo possa avvenire, è necessario tener conto della realtà di campo e dei macchinari con i quali vengono svolti i trattamenti che devono essere sottoposti ad un'accurata regolazione o taratura, il cui presupposto è la verifica dell'integrità meccanica e funzionale.

 
 
Le presentazioni degli esperti e la registrazione del webinar sono consultabili a pagina Aggiornamenti della norma SQNPI - SEMINARI (reterurale.it)).
 
 

Flavia Domenicangeli; Giuseppe Ciotti

 
 

PianetaPSR numero 111 marzo 2022