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donna con bambina camminano in un campo coltivato
Donne e agricoltura

I processi di transizione del settore primario: l'impegno costante delle donne nel corso dei secoli

L'impegno quotidiano delle donne nel tessere le trame del tessuto economico e sociale è stato e continua ad essere fondamentale per la tenuta dei territori rurali. La loro voce, però, ancora oggi rimane poco ascoltata, il loro potenziale sottovalutato, spesso ostacolato. Il tema al centro di un ciclo di incontri. 

Più del 50% della popolazione che vive nelle aree rurali italiane è donna. Nonostante la loro tenacia e inventiva nel preservare gli ecosistemi locali, nell'adottare modelli di gestione responsabile delle risorse territoriali, nel dare risposte innovative per fronteggiare le crisi nel sostenere la creazione di reti di collaborazione e scambio fra i diversi operatori della filiera, le azioni a loro favore risultano essere ancora poche e sporadiche, lasciando ampia discrezionalità alle istituzioni nell'attivarle o meno, senza carattere di continuità e soprattutto non inserite in una visione strategica ed egualitaria di sviluppo delle aree rurali. 

Per dare maggiore visibilità al ruolo delle donne nelle aree rurali e sostenere azioni volte a sciogliere i principali nodi strutturali che ancora oggi le penalizzano e discriminano, il CREA, nell'ambito della Rete Rurale Nazionale, ha programmato tra giugno e dicembre 2022 un ciclo di incontri dal titolo "Diritti, sviluppo e ruralità: la forza collettiva delle donne".

La costruzione e l'assegnazione dei ruoli di genere e le relazioni sociali che si portano dietro rappresentano il trait d'union fra gli eventi programmati nel 2022. Approfondendo le specificità dell'universo femminile rurale, nei vari incontri ci si interroga sui denominatori comuni che le politiche pubbliche - ed in particolare la Politica Agricola Comune - dovrebbero adottare per promuovere un percorso collettivo e condiviso di azioni e interventi, il cui obiettivo esplicito dovrebbe essere quello di innescare processi di cambiamento basati su valori di equità, rispetto e apertura, a beneficio di tutte e tutti. 

I temi affrontati richiamano:

  • il diritto delle donne all'indipendenza economica, soffermando l'attenzione sui tratti salienti che caratterizzano l'occupazione femminile sia sul versante autonomo che dipendente, quali la salvaguardia della salute e la sicurezza sul posto di lavoro, una retribuzione equa;
  • la parità di accesso ad un sistema pubblico locale in grado di offrire infrastrutture e servizi di base conformi agli standard nazionali; alla partecipazione attiva ai processi decisionali, politici ed economici; ai percorsi formativi e alle informazioni sulle dinamiche economiche e sociali in corso.

Proprio per sostenere e dare maggiore forza alla voce corale delle donne, gli incontri sono costruiti con la collaborazione di organizzazioni sindacali e di categoria femminili, associazioni economiche, istituzioni locali e rappresentanze della società civile. Inoltre, gli interventi e i confronti sono alimentati da pratiche riconducibili al settore primario (agricoltura, allevamento e pesca) e alle sinergie con le varie componenti del sistema economico locale, nonché arricchiti da testimonianze del mondo accademico, istituzionale e associativo. 

Il ciclo di seminari è stato avviato a luglio con due eventi: il 13 luglio, a Viareggio, dove si è dibattuto sul ruolo delle donne nel settore della pesca e dell'acquacoltura e il 19-20 luglio ad Alvito (FR), dove ci si è confrontati sui possibili percorsi di sviluppo sostenibili ed equi nelle aree rurali, sul legame basilare fra rispetto dei diritti e crescita economica.

IL RUOLO DELLE DONNE NEL SETTORE DELLA PESCA E DELL'ACQUACOLTURA

Il settore ittico rappresenta in alcune zone della Toscana un'importante fonte di reddito ed è caratterizzato da buoni livelli occupazionali, ma con sensibili differenze al suo interno. Per quel che riguarda la pesca marittima, infatti, l'eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche ha indotto la politica comunitaria e nazionale a limitare l'attività di pesca favorendo l'applicazione di misure tendenti essenzialmente alla ricostituzione ed alla conservazione delle risorse. A tale limitazione occorre aggiungere lo stato della flotta regionale, rappresentata da imbarcazioni che svolgono prevalentemente la piccola pesca costiera, caratterizzata da un forte grado di invecchiamento dei natanti. Diverso il discorso dell'acquacoltura che ha fatto registrare forti aumenti di produzione a livello regionale, soprattutto per quanto riguarda specie quali la spigola e l'orata e gli impianti off-shore, e che tuttavia è pesantemente penalizzata dalla concorrenza di paesi europei ed extra-europei che producono a costi notevolmente inferiori.

Il primo incontro del ciclo di seminari ha, quindi, interessato il settore della pesca e dell'acquacoltura, dove le donne svolgono un ruolo chiave, ma troppo spesso non riconosciuto e sottopagato. La finalità dell'incontro - organizzato in collaborazione con la Regione Toscana - è stata quella di far emergere i fabbisogni e verificare se e in che modo le politiche e la normativa ne soddisfano la portata. Sono intervenute donne impegnate a vario titolo nel settore ittico non solo "a mare" ma soprattutto "a terra" (imprese che svolgono attività di pesca marittima, allevamento, trasformazione e commercializzazione, Cooperative, Organizzazioni di produttori, Mercati ittici, Ricerca), i Fisheries Local Action Group (FLAG) della Toscana, le Organizzazioni sindacali, le Associazioni di categoria e i rappresentanti dell'Amministrazione regionale del settore.


Le riflessioni emerse

Le riflessioni emerse sono riconducibili a due parole chiave, che richiamano il titolo del ciclo di incontri: sviluppo e diritti. Non c'è sviluppo se non ci sono diritti.

L'economia ittica ha delle difficoltà intrinseche e specifiche rispetto ad altri settori, ma i problemi delle donne sono sempre gli stessi. 

Parlare di sviluppo porta a ragionare dei fabbisogni specifici delle donne, di come farli emergere, di come soddisfarli per migliorare le condizioni di lavoro, di come affermare e far riconoscere il ruolo che esse svolgono nel settore. 

Le donne si sono fatte largo in un mondo che l'immaginario collettivo vede come prevalentemente maschile, ma sebbene spesso invisibili agli occhi dei più la loro presenza è fondamentale. Di certo le condizioni del lavoro in barca sono molto pesanti in termini di fatica fisica e di tempo e ciò ne ha limitato l'andare in mare, ma le donne sono a tutti gli effetti la colonna portante del settore, "la testa e i piedi" come dicono esse stesse. Hanno intrapreso questo mestiere o per tradizione di famiglia o per vocazione e svolgono prevalentemente compiti altrettanto indispensabili di quelli in barca, come la contabilità, la commercializzazione, i rapporti con fornitori, uffici pubblici, banche, nonché l'introduzione e l'utilizzo di innovazioni in tecnologie, attrezzature, sistemi di controllo e, nel contempo, si occupano di ogni aspetto concernente la casa, la famiglia, i figli. Eppure, esse avvertono la sensazione di salire "scalini diversi sulla stessa scala", di non riuscire a far riconoscere il proprio ruolo, di faticare molto di più per raggiungere posizioni apicali e, quand'anche fosse, di essere sempre trattate con sufficienza e considerate alla stregua di segretarie, adatte solo al disbrigo di pratiche burocratiche. Le donne devono faticare di più per essere prese in considerazione, devono dimostrare di saper fare e di essere, anzi, ancora più brave dei colleghi maschi. 

Superare tale impasse si può e si deve, ma attraverso il riconoscimento del loro alto valore aggiunto e non l'imposizione della propria presenza e la rivendicazione di una posizione sociale contrapposta a quella maschile. Occorrerebbe, infatti, superare la mentalità corrente e favorire il riconoscimento del ruolo svolto dalle donne in funzione delle competenze e capacità. Occorrerebbe un cambiamento culturale che avvicinasse l'Italia ai paesi del Nord Europa (dove le imprenditrici ittiche sono più numerose e, soprattutto, riconosciute come tali) e che rendesse palese che le diverse attività e i diversi ruoli sono parte integrante di una unica filiera ittica in cui ogni fase e soggetto ha pari valore e dignità e che il metro di misura dovrebbe essere soltanto la meritocrazia. Occorrerebbe affermare che la parità di genere è sì un diritto, ma anche un dovere, perché dà valore dello sguardo delle donne e lo riconosce come una necessità per il bene comune di tutta la collettività.

Ma affinché tutto ciò diventi realtà, occorrerebbe lavorare prima di tutto sulle istituzioni pubbliche perché acquisiscano una maggiore sensibilità verso il ruolo sociale ed economico della donna e si facciano promotori di azioni che prendano in considerazione il variegato contributo femminile al settore e ne rendano effettivo il riconoscimento e il rispetto, colmando le differenze culturali con paesi europei più avanzati sul fronte della tutela dei diritti delle donne. L'uguaglianza e le pari opportunità dovrebbero essere garantire già in fase di accesso e invece il lavoro delle donne nell'economia ittica italiana è ancora fortemente discriminato: è sottostimato, sottopagato e spesso anche sommerso, non sono previste adeguate tutele normative e contrattuali (sicurezza sul lavoro, salute, maternità, ecc.), si riscontrano problemi strutturali dal punto di vista assicurativo, retributivo e previdenziale, e la partecipazione femminile ai processi decisionali è molto limitata e poco valorizzata. 

A fronte di tutto, quali spazi di azione si potrebbero aprire per aumentare la consapevolezza e la visibilità del ruolo femminile? Prima di tutto, occorrerebbe favorire una maggiore conoscenza sui numeri del fenomeno, prevedendo un monitoraggio specifico nell'ambito dell'Osservatorio Nazionale della Pesca. Occorrerebbero, inoltre, misure di sistema che valorizzino l'apporto delle competenze femminili e facilitino l'inserimento a pieno titolo delle donne nella filiera ittica, anche incoraggiando la nascita e il rafforzamento di associazioni e reti di imprenditrici ittiche. E occorrerebbe anche puntare sulla formazione, sostenendo l'innalzamento della qualità oltre che della quantità della partecipazione femminile. Dal punto di vista normativo è necessario procedere quanto prima al riconoscimento della figura del ruolo del coadiuvante, già previsto in agricoltura, e prestare attenzione alle pescatrici imbarcate nella piccola pesca per assicurare loro la garanzia e la tutela dei loro diritti.

SVILUPPO, RURALITÀ E DIRITTI: QUESTIONE DI GENERE

Il secondo appuntamento si è tenuto il 19 e 20 luglio ad Alvito (FR), comune del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. La scelta di farlo in un'area interna ha comportato difficoltà organizzative e partecipative ma ha prevalso su tutto la volontà di puntare il riflettore sulle potenzialità, spesso inespresse ma presenti, di risorse e di saperi. L'incontro è stato finalizzato ad avviare un percorso di collaborazione e di scambio con la comunità locale pensato anche per ricucire conflitti e disparità fra 'centro' e 'periferia' e per dare voce al protagonismo delle donne in tali processi al fine di rafforzarne i percorsi di empowerment a livello locale. L'evento ha rappresentato un momento di riflessione collettiva sulle nuove dinamiche di cambiamento che attraversano le aree rurali e sul loro impatto sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne in cui sono stati coinvolti cittadini, imprese, policy maker, enti locali, partenariati di sviluppo locale, centri di ricerca e associazioni della società civile. 

I lavori delle due giornate sono stati suddivisi in tre sessioni. La mattina del 19 luglio è stata dedicata allo sviluppo equo e sostenibile delle aree rurali, all'accesso alle risorse locali, alla tensione persistente fra rispetto dei diritti e crescita economica, alla costante ricerca di un possibile equilibrio fra bisogni e aspettative individuali e collettive, fra pubblico e privato, ed è stata data voce a testimonianze diversificate che hanno fatto emergere la varietà e la ricchezza delle esperienze che raccontano il mondo rurale delle donne e ripercorrere le principali tappe che ne hanno caratterizzato le trasformazioni nel corso degli anni. Il pomeriggio è stato, invece, focalizzato su uno dei mestieri più antico del mondo rurale, la pastorizia, e sul contributo che le pastore offrono nel preservare l'ambiente e il paesaggio, la biodiversità animale e vegetale e nel tenere in vita paesi e comunità. Nello stesso tempo, partendo dalle testimonianze raccolte nel film "In questo mondo" della regista Anna Kauber e proiettato in sala, è stato realizzato un approfondimento a più voci sulla fragilità di genere e sui diritti delle donne che scelgono la pastorizia.. Infine, il 20 mattina è stato dedicato all'ascolto delle esperienze di vita e lavoro delle donne della Valle di Comino. Partendo da un forte ripensamento culturale collettivo, si è riflettuto su come avviare una concreta e condivisa azione di tutela dei luoghi e delle persone, capace di ridurre gli squilibri territoriali, i divari sociali, le disuguaglianze e le disparità di genere e, grazie anche alla presenza attiva del Presidente del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, è stata anche delineata collettivamente una traccia operativa.


Le riflessioni emerse

La strada verso l'emancipazione femminile in agricoltura è stata lunga e faticosa ed ha rincorso i grandi cambiamenti che, a partire dagli anni '50, hanno radicalmente modificato la società italiana e, con essa, l'agricoltura. Per molto tempo alle donne non è stata data rappresentanza e il loro lavoro è stato considerato solo di sostituzione a quello maschile. Oggigiorno, sebbene molto sia stato fatto, il ruolo delle donne nello sviluppo delle aree rurali è ancora sottovalutato e, soprattutto, non ha sufficiente visibilità statistica e non è sostenuto da un corollario politico e istituzionale che affermi che le questioni di genere sono una questione che non riguarda solo le donne e che sostenerle si traduce in un vantaggio dell'intera società. 

Dal seminario è emerso che per molte donne il lavoro agricolo è stato una scelta, spesso non compresa o addirittura ostacolata, una scelta fatta per passione, a cavallo tra tradizione e innovazione, tra mille difficoltà e impedimenti, una scelta che testimonia quanta forza le donne hanno dovuto e devono tirar fuori per andare avanti in un mondo di tradizionale appannaggio maschile.  Eppure, nella realtà le donne sono sempre sotto una lente di ingrandimento e non si riesce ancora a dare pari dignità di ogni loro ruolo e giusto riconoscimento al contributo economico e produttivo che apportano all'agricoltura.

Se le quote rosa sono importanti per garantire l'opportunità di accedere a posizioni di rilievo, la rappresentanza richiede anche altro in quanto è nulla senza rappresentatività. La partecipazione è un punto di partenza e non un punto di arrivo, e per avviare un reale percorso di cambiamento occorrerebbe agire su diversi fronti: in primo luogo, considerare il peso statistico del lavoro delle donne, misurare e contabilizzare il loro contributo economico; in secondo luogo, lavorare sulla filiera della governance locale e orientare le politiche sul territorio sui fabbisogni reali, definendo strategie di sviluppo che vedano il contributo delle donne come una opportunità per tutta la collettività; infine, ideare e attuare visioni di futuro del territorio attraverso azioni collettive e di cooperazione, al fine di stimolare nelle donne una maggiore consapevolezza singola e collettiva. 

La lettura neutrale dei processi non gioca a favore dei territori in quanto plana sulla superficie delle cose. Ma si dovrebbe anche andare oltre, sia favorendo il fare rete tra donne intorno a problemi comuni, al di là degli stereotipi e delle singole solitudini sia scardinando il circolo vizioso del parlare di donne solo tra donne, coinvolgendo anche la componente maschile. Il lavoro di squadra è sempre una scelta vincente quando si intende scrivere una storia nuova.

La sensibilizzazione non basta ad arginare il dissesto del territorio, le emergenze ambientali, la desertificazione di paesi e maestranze, la solitudine di chi cerca di fare impresa nel territorio. Per garantire lo sviluppo sostenibile socioeconomico occorre visione (guardare avanti), missione (ideare una strategia di sviluppo) e passione (ognuno mette a servizio il suo tempo, le sue conoscenze).

Quello che manca non sono tanto gli strumenti, i modelli aggregativi o le sovrastrutture quanto l'aggregare e il mettere in connessione strumenti, modelli e soggetti a partire dai fabbisogni locali. La cassetta degli attrezzi è ben fornita ma occorre trovare occasioni di permeabilità tra le diverse politiche e approcci (Snai, GAL, Bio-distretto, Parco, aree Natura 2000 e altri). Quello che dovrebbe affermarsi è un nuovo sguardo, un nuovo modello culturale, che possa poi tradursi in proposte operative promosse dalla politica.

I PROSSIMI APPUNTAMENTI

I due eventi rappresentano l'inizio di un percorso che proseguirà nei prossimi mesi, approfondendo temi di interesse all'universo delle donne rurali: la questione del lavoro, imprenditoriale e dipendente, strumento indispensabile per acquisire e rafforzare indipendenza economica e sociale, ma anche il divario esistente fra centri e periferie in termini di infrastrutture e servizi, il tutto interpretato in un'ottica di diritti e di cittadinanza.
Le indicazioni sui prossimi appuntamenti saranno, man mano, disponibili sull'apposita pagina dedicata del sito della Rete Rurale Nazionale

 
 

Catia Zumpano, Lucia Tudini, Barbara Forcina
Crea-PB

 
 

PianetaPSR numero 116 settembre 2022