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FOCUS ISMEA

In negozio o al discount, la crisi non morde il "bio"

Nel 2012 i consumi di prodotti biologici sono cresciuti del 7,3%: tirano biscotti e bevande analcoliche, lieve calo per le uova che restano le più vendute - La rincorsa dei discount con +25,5%.
Fonte: Ismea, Panel Famiglie GFK-Eurisko

 In un mercato in cui la spesa agroalimentare nell'ultimo anno è risultata in difficoltà, il biologico continua a crescere: la domanda di prodotti biologici confezionati nella GDO, secondo i dati del Panel delle famiglie Ismea/GFK-Eurisko presentati al recente BioFach di Norimberga, nel 2012 è aumentata del 7,3% in valore, dopo l'incremento dell'8,8% messo a segno nell'anno precedente.
Un settore insomma, che non sembra risentire della crisi, probabilmente a causa della crescente sensibilità del consumatore moderno verso temi "forti" quali la protezione della propria salute ed il rispetto per l'ambiente.
Eppure, qualche segnale relativo la crisi sembra averlo lanciato, se dal dato generale si passa  a osservare la dinamica delle vendite dei diversi canali di distribuzione. Spicca infatti un vero e proprio boom dei discount, che nell'anno preso in considerazione ha fatto un balzo del 25%, seguito a molta distanza da Iper e supermercati con una crescita "solo" del 5,5%. Tra questi due estremi si collocano i negozi tradizionali, con un più che apprezzabile aumento del 10,7 per cento.
Ma quanto costa mangiare "bio"?  In media, per quanto riguarda il prodotto confezionato, la differenza rispetto agli equivalenti  prodotti convenzionali si aggira attorno al 40%. Decisamente più contenuto il differenziale sui prodotti "sfusi". Scendendo più nel dettaglio, abbiamo un +45,4% per le uova, +15,6% per il latte fresco, +24,2% per lo yogurt, +52,1% per il pane, + 50,7% per la pasta, +32,8% per il riso, +49,2% per l'olio EVO (dati I sem. 2011).
Tornando al trend dei consumi, la dinamica positiva dello scorso anno è dipesa in modo particolare dagli aumenti a due cifre fatti registrare dai biscotti, dolciumi e snack (+22,9% in valore) e dalle bevande analcoliche (+16,5%), mentre in misura minore hanno inciso gli incrementi della pasta, del riso e dei sostituti del pane (+8,9%) e degli ortofrutticoli freschi e trasformati (+7,8%). Più contenuto l'aumento per i lattiero-caseari biologici (+4,5%), mentre le uova costituiscono l'unico settore che segna un lieve calo (-1,9%).
Gran parte dei consumi di prodotti bio sono concentrati su poche categorie: le prime quattro (ortofrutta fresca e trasformata, lattiero-caseari, uova e la gamma biscotti-dolciumi-snack) concentrano  circa il 75% della spesa complessiva sostenuta dalle famiglie italiane dagli scaffali della grande distribuzione.
Le buone performance del biologico spiccano anche nel confronto con gli ltri segmenti rispetto ad altri settori "di qualità"  e all'agroalimentare nel suo complesso  Nell'ultimo anno, infatti, il consumo dei vini DOC-DOCG è aumentato dell'1,2%, quello dei prodotti DOP e IGP  del 3,8%, mentre l'agroalimentare nel complesso ha fatto registrare un +0,1%.

 
 

In questo panorama, il sistema delle aziende agricole biologiche italiane presenta numeri di primordine: secondo i dati del Censimento dell'agricoltura 2010, le aziende biologiche rappresentano il 2,7% di quelle totali nazionali, mentre le superfici costituiscono il 6% delle estensioni agricole italiane, con una dimensione media di 18 ettari per azienda, notevolmente superiore a quella delle aziende agricole nel complesso (7,9 ettari).
Secondo gli ultimi dati divulgati dal Sinab, l'agricoltura biologica italiana ha registrato lievi oscillazioni sia delle superfici che degli operatori, che sono rimasti sostanzialmente stabili rispetto agli ultimi due-tre anni. In particolare, gli operatori ammontano a 48.269 unità, con una crescita dell'1,3% sul 2010. Le superfici coltivate con il metodo bio, invece, sono scese a 1.096.889 ettari con una flessione contenuta entro l'1,5%.

Il paniere delle vendite Bio nella GDO

peso % su totale confezionati: dati 2012
 

Ampliando l'orizzonte temporale, emergono comunque delle oscillazioni (a volte anche importanti) nel numero di operatori e nelle superfici investite, a testimoniare come il settore dipenda ancora molto dall'andamento dei contributi comunitari.
Sulla struttura produttiva nazionale vale la pena fare qualche altra considerazione. Al sensibile aumento del numero di produttori e di superfici registrato negli ultimi anni, non ha corrisposto im misura proporzionale un analogo andamento della quota di produzione effettivamente commercializzata come "bio": un'etichetta, questa, che viene considerata, tra l'altro, tra gli elementi fondamentali che concorrono al cosiddetto "premium price", vale a dire il differenziale positivo di prezzo tra un prodotto biologico e il suo omologo convenzionale. Gli altri fattori che incidono sono: costi di produzione più elevati, imputabili alla riduzione delle rese e all'adozione di tecniche produttive più costose; costi di certificazione; trasformazione e distribuzione caratterizzate da metodi a carattere "artigianale"; carenza di piattaforme logistiche in grado di dar luogo a favorevoli economie di scala.
Queste criticità, che attualmente rappresentano comunque un ostacolo, in prospettiva indicano anche le grandi potenzialità di crescita se si riuscirà a rimuoverle con una robusta cura di efficienza e competitività. Ne trarrebbero grossi vantaggi non solo i canali di distribuzione di cui abbiamo parlato, ma anche il segmento delle vendite dirette da parte delle aziende agricole, che annovera nella sue variegate formule, anche farmer's market specializzati nel biologico.

 

*I dati coprono circa l'87-90% del valore totale dei prodotti biologici confezionati acquistati per il consumo nelle mura domestiche.

 

 Redazione Pianeta Psr


 

 
 
 

PianetaPSR numero 18 - febbraio  2013