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RIFORMA PAC - GIOVANI/4
 

Lunga vita alle start-up in agricoltura

Report Mipaaf-Inea: in 10 anni saldo positivo del 29% per la nati-mortalità. Importante la spinta dei Psr, ma ora serve accompagnare la crescita contro il rischio abbandono degli "Over 40"

Saldi netti annui di imprenditori agricoli per classi di età (2000-2010)

Numerosi spunti di riflessione e temi di stringente attualità sono emersi nel convegno organizzato da Mipaaf-Inea "Giovani e donne nell'agricoltura italiana. Questioni di genere e di età?". Il neo premier Letta, nel suo esordio al vertice europeo, ha ribadito il suo forte impegno per la creazione di posti di lavoro per i giovani, in linea con il Consiglio europeo che ha inserito al primo posto di discussione della riunione del prossimo 27 giugno lo scottante problema della disoccupazione giovanile.

 

L'agricoltura, anche per i cambiamenti subiti negli ultimi decenni, è tutt'altro che estranea alla piaga sociale della disoccupazione, registrando una lenta ma continua emorragia di forza lavoro che determina una situazione abbastanza preoccupante per il rallentato ingresso dei giovani che faccia da contraltare alla generosa presenza di ultrasessantenni.
Le scommesse sul ricambio generazionale in agricoltura, finora, hanno portato a un bicchiere mezzo vuoto. A nostra parziale consolazione, va comunque detto che questo problema tocca da vicino anche tutti gli altri Stati membri dell'Ue.
Nel corso del convegno, Inea ha presentato due ricerche complementari, una sulla nati-mortalità delle imprese, l'altra sui fabbisogni di intervento avvertiti da giovani e donne. L'analisi della nati-mortalità delle imprese agricole ha utilizzato la banca dati Movimprese; la popolazione di riferimento, basata sulle aziende iscritte al Registro delle imprese delle Camere di commercio (dal 2000 al 2010), include le aziende primarie (agricoltura, silvicoltura, pesca) unitamente a quelle imprese che svolgono attività secondarie nello stesso settore (alimentare e bevande, energia, ristorazione e alloggio).
Complessivamente, le aziende del campione Movimprese sono 439.722; di queste, 222.167 quelle condotte da giovani under 40 (51%), 166.187 quelle condotte da donne (38%), 79.353 quelle condotte da giovani donne (18%); l'età media dei giovani conduttori è di circa 31 anni. Al 2010, ultimo anno del decennio preso in considerazione, le aziende non cessate sono 344.445 (78% delle iscrizioni) mentre quelle cessate sono 95.277; tra queste ultime, il 43% sono aziende condotte da giovani, il 18% le aziende cessate condotte da donne under 40.
Lo studio sulla nati-mortalità permette in via indiretta di valutare le dinamiche del ricambio generazionale nell'arco dei 10 anni di riferimento. Su scala nazionale i processi di entrata e uscita evidenziano per i giovani saldi netti positivi che si accrescono del 29,2% annuo a fronte invece di riduzioni del 29,7% per le classi più anziane. Da rilevare che nel Meridione si verifica una minore possibilità di inserimento per i giovani, ma anche una maggiore fuoriuscita degli imprenditori più anziani.
Significativo il dato riguardante le aziende condotte da donne che registrano fuoriuscite nell'agricoltura tradizionale e nell'alimentare, mentre in settori quali energia (+81,8%) e ristorazione (+64,4%) danno luogo ad un vero e proprio boom a testimonianza del loro innato e universalmente riconosciuto talento multitasking che le porta ad eccellere nelle attività connesse all'agricoltura. Le imprese giovani mostrano una ravvivata vitalità a partire dal 2007, probabilmente per effetto delle politiche di sviluppo rurale attivate e specificatamente dalla misura del primo insediamento.
Dallo studio risulta inoltre la maggiore capacità di permanenza delle giovani imprese nelle attività tradizionali primarie ed anche la loro inclinazione verso l'approfondimento produttivo operato con la trasformazione alimentare. Se i giovani, pur restii all'ingresso, rimangono nel settore, va messo in evidenza come dai dati emerge una tendenza alla fuoriuscita che corrisponde ai 40 anni, la soglia della classe "giovani" considerata dalle politiche agricole che dà diritto a tutta una serie di finanziamenti.
L'esame delle criticità delle giovani imprese e dei fenomeni di uscita genera l'analisi dei fabbisogni, che, qualora fossero soddisfatti, determinerebbero un ulteriore decremento del loro tasso di mortalità. L'accesso al credito è il vero punto dolente per i giovani, sul fronte delle garanzie si presentano infatti come attori deboli sottoposti a rating eccessivamente elevati. Il danno per i neo insediati è doppio perché si trovano nelle condizioni di dovere affrontare investimenti e costi aziendali ancora più onerosi in fase di avviamento.
L'accesso ai fattori produttivi rende la situazione ancor più difficile, la terra anche in periodi di recessione ha prezzi molto alti e la possibilità di fruire di finanziamenti pubblici risulta assai laboriosa. Per questa serie di motivi è ormai indifferibile un processo di semplificazione amministrativa in grado di ridurre i costi di gestione delle imprese. In agricoltura assistiamo da tempo ad un processo che porta le aziende ad occuparsi di funzioni che oltrepassano la pura e semplice produzione primaria, come la tutela ambientale, l'integrazione del territorio, la sostenibilità; questi fattori determinano un miglioramento della qualità della vita e le giovani generazioni sono sicuramente più ricettive e sensibili nel seguire queste istanze.
Il ruolo delle politiche agrarie, soprattutto nell'attuale fase di programmazione del nuovo regolamento dello sviluppo rurale, diventa strategico per l'individuazione di strumenti che indirizzino i giovani verso una più marcata diversificazione delle attività che siano capaci di produrre reddito aggiuntivo d'impresa. Le politiche da seguire sono facilmente individuabili attraverso il miglioramento dell'accesso alla formazione, alla consulenza e all'informazione.
Di fondamentale importanza è poi la creazione di una moderna rete di servizi alle imprese (ITC, viabilità rurale, infrastrutture, servizi di conciliazione, etc.) che permettano di superare le barriere determinate da un'obsoleta concezione del settore primario. Una politica di meri incentivi iniziali una tantum di per sé non è sufficiente, il vero impegno dovrà essere quello di accompagnare le neonate aziende nel loro percorso di crescita, favorendone la commercializzazione e l'internazionalizzazione.

 

Francesco Mirra

 
 
 

PianetaPSR numero 21 - maggio 2013