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Agroalimentare

Rapporto ISMEA: l'agroalimentare italiano resiste alle crisi internazionali e limita gli aumenti dei prezzi.

È quanto emerge dall'analisi del Rapporto ISMEA sull'agroalimentare italiano che descrive una filiera matura e responsabile rispetto alle difficoltà dovute alla pandemia e alla crisi ucraina.

L'agroalimentare italiano resiste a un triennio caratterizzato da una sorta di "tempesta perfetta", mantiene propensione agli investimenti, aumenta il grado di penetrazione nei mercati internazionali e contribuisce all'inflazione di meno rispetto alla media dei paesi dell'UE.  

È quanto emerge dal Rapporto ISMEA sull'agroalimentare italiano edizione 2023, presentato a Roma il 17 ottobre scorso alla presenza del Ministro dell'agricoltura della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida in un evento durante il quale si sono confrontati sui temi dell'inflazione, dei rapporti nella filiera e della competitività internazionale, esperti, esponenti della comunità scientifica e Presidenti delle principali sigle associative della filiera agroalimentare, dalla parte agricola (Alleanza Cooperative Italiane, Cia, Coldiretti, Confagricoltura, Copagri) alla trasformazione industriale (Federalimentare) alla distribuzione (Confcommercio, Federdistribuzione, FIPE, Italmercati) e del Commercio estero (ICE).

La crisi internazionale e l'inflazione

Il triennio 2020- 2022 è stato caratterizzato da una serie eventi che si sono combinati in modo esplosivo in una sorta di "tempesta perfetta": la pandemia da Covid-19 e il lockdown; il susseguirsi di eventi metereologici estremi; la crescita dei prezzi dei prodotti energetici e di materie prime dovuta a strozzature dal lato dell'offerta durante la ripresa post-pandemia; l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, con l'ulteriore impennata dei prezzi del gas e l'impatto sui mercati delle materie prime e sulle catene globali del valore. 

Un contesto globale che portato ad un inevitabile ritorno sulla scena dell'inflazione, "finanziata" inizialmente da massicci interventi di sostegno della domanda e da politiche monetarie accomodanti, e successivamente alimentata dalla capacità delle imprese più grandi di trasferire i maggiori costi sui prezzi di vendita.



 

Le politiche monetarie messe in atto dalle banche centrali, che a partire dal 2022 hanno aumentato a più riprese i tassi di interesse, hanno in parte limitato il fenomeno, ma lo scenario a metà 2023, al momento della chiusura del Rapporto, rimaneva molto incerto, data la prosecuzione della guerra in Ucraina, l'elevata l'inflazione di fondo, i segnali di difficoltà del sistema economico.

La situazione italiana

Il nostro Paese nel 2020 ha registrato un calo molto pesante del Pil reale, ma i risultati del 2021 e del 2022 sono stati migliori rispetto alla media mondiale e all'Area euro, riportando il Pil sopra il livello del 2019. Tuttavia, il Pil pro-capite resta sotto la media europea e nel corso del decennio 2012-2022 il divario si è ampliato.



 

L'incremento dei prezzi dei fertilizzanti e dei prodotti energetici ha fatto salire i costi del settore agricolo; anche i prezzi internazionali delle commodity agroalimentari sono aumentati per una serie di fattori legati alla domanda, all'offerta e agli stock mondiali, sui quali un ruolo importante hanno avuto anche le avversità climatiche. Gli aumenti dei costi di materie prime agricole e degli altri input hanno a loro volta impattato sull'intera filiera agroalimentare. Le quotazioni dei prodotti agricoli - evidenzia il Rapporto - hanno cominciato a ridimensionarsi dalla seconda metà del 2022, ma si prevede che si assesteranno su livelli più alti rispetto agli anni precedenti al Covid-19.

L'Italia ha pagato in maniera rilevante le conseguenze della dipendenza dall'estero per prodotti energetici, materie prime e beni intermedi e l'agroalimentare è stato uno dei settori più colpiti. Dopo gli aumenti record del 2022, nei primi mesi del 2023 l'indice generale dei prezzi al consumo in Italia ha seguito le riduzioni dei prezzi internazionali di energia, fertilizzanti e commodity agroalimentari, ma quello relativo ai beni alimentari ha continuato a crescere, raggiungendo un picco nel mese di marzo (+12%) e un lieve ridimensionamento nei due mesi successivi.

Va sottolineato, però, che la dinamica di crescita dei prezzi dei prodotti alimentari è risultata comunque inferiore a quella media registrata nell'UE e negli altri tre principali Paesi messi a confronto nel Rapporto (Francia, Germania e Spagna). È doveroso inoltre evidenziare come gli effetti generati dall'inflazione siano stati asimmetrici, cioè l'inflazione ha avuto un impatto diverso in base al settore economico, alla dimensione delle imprese e al reddito dei consumatori. Ad essere particolarmente colpite sono state le imprese medio-piccole e le famiglie a basso reddito.

L'impatto dell'inflazione sui consumi alimentari

Nel 2022 i prezzi al consumo dei generi alimentari sono cresciuti dell'8,1%, poco meno rispetto al livello generale (8,8%) e molto meno rispetto alla media UE (10,2%); in Italia i maggiori aumenti hanno riguardato i prodotti stagionali, in particolare ortaggi e pesce fresco, oltre agli oli e grassi e ai derivati dei cereali. Anche nella prima metà del 2023 i prezzi dei prodotti alimentari in Italia sono cresciuti meno che nel resto dell'UE, ma l'inflazione del carrello della spesa è maggiore di quella complessiva.



 

Il dato è particolarmente significativo se si considera che la spesa alimentare copre il 23% del totale dei consumi delle famiglie, poco più della media UE (22%) e con un maggiore peso dei consumi fuori casa (8% della spesa totale, rispetto al 7% della media UE), ma soprattutto si conferma che l'incidenza dei beni alimentari sulla spesa totale è tanto maggiore quanto minore è il livello di reddito pro-capite; di conseguenza il tasso d'inflazione subìto dalle famiglie più fragili è risultato più alto rispetto a quello delle famiglie benestanti (12,1% vs 7,2%), per effetto della diversa incidenza delle spese non comprimibili - come quelle per l'alimentazione e le bollette - sui consumi totali. In questo contesto, molte famiglie sono state costrette anche a ridurre le quantità acquistate dei beni alimentari, tanto che nel 2022 la spesa domestica si è ridotta in volume del 3,7% secondo i dati Istat.



 

La crescita del comparto

Il valore aggiunto dell'agroalimentare italiano, nel 2022, è stato pari a 64 miliardi di euro, pari al 3,7% del valore aggiunto dell'intera economia: 37,4 miliardi il settore agricolo e 26,7 miliardi l'industria alimentare. 



 

A crescere nell'ultimo decennio è stata soprattutto l'industria alimentare, mentre l'agricoltura ha vissuto molte annate sfavorevoli, soprattutto a causa dell'andamento climatico. Ciò ha fatto retrocedere l'Italia in terza posizione nella graduatoria UE della produzione agricola, ma, soprattutto, dal 2021 ha passato alla Francia il primato del valore aggiunto, mantenuto quasi ininterrottamente dal nostro Paese nel corso del decennio.



 

A livello di mix produttivo, in Italia la produzione zootecnica riveste un ruolo meno rilevante rispetto all'importanza che ricopre nell'economia dei principali partner UE; tra le colture mediterranee spicca l'incidenza del valore della produzione del vino sulla produzione agricola nazionale, in particolare del vino di qualità (12,9%),  che risulta superiore all'incidenza registrata in Francia (10,1%); anche ortaggi e frutta hanno un peso rilevante sulla produzione agricola italiana, rispettivamente del  12,6% e del 7,8%, inferiore solo a quello che hanno in Spagna (entrambi al 13,3%). 



 

Il peso dell'Italia sulla produzione agricola totale dell'UE è pari al 14%, ma sale al 37% se si considera il valore della produzione del vino, per cui è seconda solo alla Francia (43%), e al 33% per l'olio d'oliva, dove segue la Spagna per cui l'incidenza sulla produzione olivicola dell'UE è pari al 48%. L'Italia copre il 18% della produzione frutticola dell'UE e in questo ambito si confronta con la forte concorrenza della Spagna, la cui quota in valore sulla produzione europea di frutta è del 28%. A ciò si aggiunge il ruolo importate in Italia delle attività secondarie e dei servizi in agricoltura, che insieme rappresentano quasi il 18% della produzione agricola nazionale, e che confermano la leadership italiana in Europa sul fronte della diversificazione e multifunzionalità del settore agricolo. 

Il valore aggiunto agricolo in volume è diminuito del 7,1% tra il 2018-19 e il 2021-22 (dati medi dei due bienni); un risultato simile a quello della Francia (-6,8%) e peggiore della Spagna (-4,2%); la Germania, al contrario, mostra una crescita del valore aggiunto a due cifre (+33,6%), grazie a una diminuzione dei consumi intermedi e all'aumento della produzione.

Oltre agli effetti del clima, si legge nel Rapporto, pesano sull'agricoltura italiana alcune debolezze strutturali, quali la scarsa presenza di giovani capi azienda (solo il 9%, contro il 12% della media UE, secondo in dati dell'ultimo Censimento dell'agricoltura) e il correlato basso livello di formazione di chi guida la maggioranza delle aziende agricole. Tra il 2010 e il 2020, inoltre, la superficie agricola utilizzata (SAU) si è ridotta in misura inferiore rispetto al numero di imprese, nel quadro di un lento processo di concentrazione e riorganizzazione in atto nel settore. 

La produzione dell'industria alimentare italiana nel periodo 2019-2022, invece, è andata bene, meglio rispetto all'UE e all'Eurozona, ma nel 2023 registra una battuta d'arresto, con una flessione nei primi quattro mesi dell'anno nei volumi (-2,1%), in linea con la riduzione media dell'UE. 

Malgrado le migliori performance degli ultimi anni, l'industria alimentare italiana rimane al terzo posto nella graduatoria dei paesi UE, dove l'Italia copre circa il 12% del valore aggiunto totale, dopo la Germania e la Francia, ma sopra alla Spagna.

Prezzi, costi e redditività della filiera

L'andamento dei prezzi dei prodotti acquistati e venduti nelle varie fasi della filiera agroalimentare italiana nel triennio 2020-2022 mostra un miglioramento della ragione di scambio per l'agricoltura rispetto al 2019, spinto quasi esclusivamente dal macro-comparto delle produzioni vegetali, e un relativo peggioramento per l'industria alimentare, che ha visto crescere i costi di produzione più dei ricavi, specie nelle imprese medio-piccole. La conseguenza è che il valore aggiunto agricolo, nonostante la sua contrazione a valori costanti, cresce a prezzi correnti; mentre la fase di trasformazione mostra una netta ripresa del valore aggiunto in termini reali nel 2021 e nel 2022, ma a prezzi correnti subisce una flessione in tutti e due gli anni, soprattutto nel 2022. 



 

In generale la filiera agroalimentare è caratterizzata da volatilità dei prezzi e asimmetrie nella loro trasmissione ai differenti stadi del processo produttivo che influenzano il funzionamento del mercato e la ripartizione del valore tra i diversi attori. I prezzi agricoli soffrono di una spiccata volatilità, con un alto rischio di mercato per gli agricoltori che si aggiunge al rischio di produzione legato alla variabilità delle rese. Per alcune commodity (oli vegetali, cereali, semi oleosi) i prezzi sono molto influenzati dalle dinamiche dei prezzi all'importazione e l'instabilità dei mercati mondiali si avverte anche sul fronte dei costi, per l'acquisto di fertilizzanti e prodotti chimici. 

Nel complesso, la filiera italiana, considerando oltre alla produzione anche le fasi a valle della distribuzione alimentare e della ristorazione, risulta più frammentata rispetto al resto dell'UE, per la maggiore presenza in tutte le fasi di micro, piccole e medie imprese; nel complesso "pesa" quasi l'8% sul valore aggiunto dell'intera economia, poco più che nella media UE (7,3%), ma meno che in Spagna dove la filiera conta per il 10% sul valore aggiunto dell'economia nazionale. 

Decisamente più alto è il peso della produzione della filiera agroalimentare quando lo si valuta ai prezzi finali di mercato, ossia incorporando i margini di trasporto, intermediazione e distribuzione associati alla produzione agroalimentare e da essa attivati. Aggiungendo anche il valore creato dalla ristorazione, sempre valutato ai prezzi d'acquisto pagati dai consumatori finali, la stima del peso sul Pil passa dal 7,7% al 15,2%. 

In merito ai risultati economici dell'agricoltura vale la pena ricordare che il reddito operativo dell'imprenditore agricolo oltre che essere caratterizzato da variabilità e rischiosità, è strutturalmente inferiore, pur essendo cresciuto nell'ultimo decennio, al salario medio di un lavoratore dipendente in Italia.

Per quanto riguarda gli altri fattori produttivi, l'accesso al capitale fondiario si conferma un punto dolente per l'agricoltura italiana, principalmente a causa della scarsa disponibilità di terra. Le stime di Eurostat indicano che un ettaro di terreno destinato a colture erbacee in Italia ha un prezzo medio superiore di quasi sei volte rispetto a un terreno francese e di due volte a un terreno spagnolo. 

Sul fronte del fattore lavoro e del suo costo, il confronto tra i principali paesi europei vede l'Italia in posizione intermedia tra Francia e Germania, dove è più alto, e Spagna, dove è minore; ma in generale in tutti i paesi, il costo del lavoro in agricoltura è più basso rispetto agli altri settori.

Occupazione

L'Italia è all'ultimo posto nell'UE per tasso di occupazione, soprattutto per giovani e donne e nelle aree rurali. Nel 2022 sono 895 mila le persone occupate nel settore agricolo. Dal 2012 al 2022 gli occupati in agricoltura sono diminuiti del 2,8% (contro un aumento per tutti i settori del 3,1%); tuttavia, nel decennio il calo di occupati è stato decisamente più contenuto della media UE (-17,5%). 

Il calo complessivo degli occupati agricoli è determinato dalla diminuzione degli indipendenti, che nell'ultimo decennio sono scesi di 73 mila unità (-14,9%), mentre gli occupati dipendenti sono cresciuti di 47 mila unità (+10,8%) portando il loro numero a sorpassare quello degli indipendenti. Più che a un fenomeno di semplice emersione del lavoro sommerso, spiega il Rapporto, l'aumento dell'occupazione dipendente è probabilmente un segno di una maggiore "strutturazione" del settore, con una diminuzione dell'incidenza delle piccole aziende individuali e familiari rispetto alle imprese vere e proprie. 

Contrariamente a quanto avvenuto in agricoltura, nell'industria alimentare, dove sono impiegate 485 mila persone, l'occupazione è cresciuta in misura sensibile nel decennio (+8%), in controtendenza rispetto all'industria in complesso e a comparti quali il totale manifatturiero (-3,5%) e il tessile (-12,7%).

Infine, la produttività reale del lavoro nel settore agricolo, cioè il rapporto tra valore aggiunto a valori costanti e occupati, si è ridotta nel decennio, in netta controtendenza con la media dell'UE, mentre è aumentata nell'economia nel complesso e per l'industria alimentare.

Produttività e investimenti

Miglioramenti della produttività, suggerisce il Rapporto, dovrebbero derivare dall'ammodernamento delle aziende agricole e dall'introduzione di innovazioni tecnologiche e organizzative. Su questo fronte i dati sono confortanti, se si pensa che partire dal 2015, il totale delle attività economiche ha incrementato i propri investimenti del 33,9% e il settore agricolo quasi del doppio (+60,2%). La vitalità degli investimenti nel settore primario italiano negli ultimi anni, favoriti anche da incentivi e sostegni pubblici, è confermata sia dal numero record registrato nel 2021 di immatricolazioni di macchine agricole (+24% sul 2019 e + 30% sul 2020), che dalla crescita degli investimenti innovativi. 



 

All'aumento della propensione delle aziende agricole a investire (il rapporto tra investimenti e valore aggiunto arriva al 29,3% nel 2021, tornando al livello del 2011) si contrappone un accesso al credito relativamente scarso, sebbene il sostegno pubblico all'agricoltura e in parte anche all'industria di trasformazione faccia sì che il peso dell'agroalimentare sullo stock totale di credito erogato in Italia sia maggiore di quello che il settore ha in termini di valore aggiunto sul complesso dell'economia. L'analisi del credito bancario italiano nel 2022 mostra un ridimensionamento dello stock dei prestiti alle imprese agricole (-8,5% nell'ultimo decennio e -0,7% su base annua). In controtendenza, il credito all'industria alimentare è cresciuto del 6,2% dal 2012 al 2022 e del 3,5% nell'ultimo anno.

Competitività internazionale



 

Nell'ultimo decennio, si sottolinea nel Rapporto ISMEA, la competitività dell'agroalimentare italiano sui mercati esteri è in aumento: le nostre esportazioni sono cresciute al ritmo del 7,6% all'anno, ben maggiore di quello delle esportazioni mondiali (+5,6%), con una quota di mercato che passa dal 2,8% del 2012 al 3,4% nel 2022. Lo "share" dell'agroalimentare made in Italy sui mercati internazionali è uguale a quello della Spagna, anch'essa contraddistinta da uno spiccato dinamismo dell'export, mentre è inferiore alle quote di Germania e Francia (rispettivamente del 4,8% e 4,3% nel 2022), che tuttavia si sono ridotte nel decennio. In generale, e presso la quasi totalità dei principali paesi acquirenti, nel decennio l'Italia ha migliorato il suo posizionamento competitivo. Il peso dell'export nazionale sulle spedizioni comunitarie si attesta al 10%, al pari di quello spagnolo, più contenuto di quello francese e tedesco. 



 

Nel triennio più recente, tra il 2019 e il 2022, le esportazioni agroalimentari italiane sono aumentate del 34%, superando il valore record di 60 miliardi di euro nel 2022 e, nello stesso periodo, le importazioni sono cresciute del 37%. La bilancia commerciale agroalimentare è migliorata nel triennio, con il saldo in attivo nel 2020 e nel 2021; mentre nel 2022 si è consolidato il surplus per i trasformati, è aumentato contemporaneamente il deficit della fase agricola, facendo tornare in negativo - sia pur di poco - il saldo complessivo. 

 
 

Matteo Tagliapietra
PianetaPSR

 
 

PianetaPSR numero 128 ottobre/novembre 2023