
Due fenomeni strettamente legati ai comportamenti umani, seppur tra loro in antitesi, sono causa del degrado di quell'importantissimo capitale naturale che è la terra: ad un estremo vi è l'eccessivo sfruttamento de suoli agricoli mentre, all'estremo opposto, il loro abbandono. Due recenti ricerche del Centro di Ricerca Politiche e Bioeconomia del CREA aiutano a fare chiarezza sulle diverse implicazioni e storture legate a tali fenomeni.
La prima ricerca (Galioto et al., 2025), di natura esplorativa e di portata internazionale, ha indagato i fattori che influenzano le scelte di gestione del terreno degli agricoltori in alcuni areali agricoli già segnati da alcune forme di degrado del terreno.
Gli areali interessati dallo studio ricadono in alcuni territori europei e della Turchia, quale Paese candidato all'Unione Europea: la Sicilia, in Italia, e la regione di Carícola in Spagna, entrambe segnate dal problema della desertificazione e dell'erosione; le regioni di Vidzéme in Lettonia; alcune aree della Lituania occidentale e della Repubblica Ceca caratterizzate da un'eccessiva acidificazione dei terreni e dall'eccessivo compattamento dei suoli; la regione di Sanliurfa, nel sud-est dell'Anatolia, in Turchia, caratterizzata da eccessive pressioni sulle risorse idriche ed eccessiva erosione (figura 1).

In questi territori, fattori ambientali e antropici concorrono in diversa misura ad influenzare il degrado del suolo sollecitando la messa a punto di strategie di adattamento e/o mitigazione.
A titolo di esempio in figura 2 si mostrano gli effetti sulla produttività delle colture agricole causati da un eccessivo sfruttamento del suolo. Si tratta di un'immagine di un'area agricola rumena sul delta del Danubio.

Tuttavia, la maggior parte dele aziende agricole coinvolte nello studio non si è rivelata molto reattiva a queste sollecitazioni, per ragioni diverse ma che trovano un denominatore comune nei fattori di scala legati alla dimensione fisica-economica dell'azienda. Questi fattori sono collegati sia alla natura del lavoro impiegato in azienda che alla forma di proprietà dei terreni coltivati. Il rapporto quantitativo tra capitale fondiario e lavoro investiti in agricoltura si riflette anche nelle differenze qualitative tra questi due essenziali fattori della produzione. Non a caso il rapporto tra capitale e lavoro in agricoltura appare centrale nelle più recenti argomentazioni sociologiche sull'agroecologia (Van Der Ploeg, 2021).
Lo studio del CREA dimostra che la minore propensione alla conservazione del suolo e al mantenimento del suo stato di salute è derivato dal peso marginale dell'agricoltura sul reddito familiare (nelle piccole aziende agricole) e dalla prevalenza di terreni in affitto e manodopera salariata (nelle grandi aziende). Ciò indipendentemente dal contesto in cui operano le aziende coinvolte nell'indagine.
Diversamente, le aziende di dimensioni intermedie, a prevalente manodopera familiare, con terreni di proprietà e per le quali l'agricoltura rappresenta la principale fonte di reddito, si risultano più attente alla conservazione della fertilità del suolo rispetto a quelle di piccole o grandi dimensioni. Si tratta, di vere e proprie condizioni abilitanti che, in alcuni contesti istituzionali, — soprattutto in molte regioni turche, dove l'agricoltura resta la principale fonte di lavoro e di reddito — sono sostenute da particolari situazioni socioeconomiche.
Di contro, in altre regioni, come nei Paesi Baltici o nella Repubblica Ceca, tali condizioni sembrano essere ignorate o addirittura ostacolate da politiche fondiarie che non tutelano a sufficienza l'impresa agricola familiare, esponendo il territorio a massive appropriazioni fondiarie da parte di forze esterne al territorio stesso, primariamente interessate a trarre il massimo vantaggio dal capitale investito. In questo modo si mettono a rischio i presupposti della tutela del paesaggio e della vitalità stessa delle aree rurali perché chi vive il territorio non lo possiede più.
In questo quadro appare secondario il ruolo delle politiche finanziarie, inclusa la PAC, che si rivelano poco efficaci nel promuovere un'agricoltura vitale e sostenibile, vedendo depotenziata, di fatto, la capacità del sostegno pubblico di fungere da condizione facilitante nell'accelerare i processi di cambiamento desiderati.
Il quadro delineato dallo studio offre una visione approfondita dei fattori che contribuiscono allo sfruttamento eccessivo della terra nei diversi territori. Come già brevemente accennato, un altro filone di studio del CREA ha cercato di cogliere un altro grande fenomeno che caratterizza in misura più o meno importante l'agricoltura europea, ovvero l'abbandono delle terre marginali. Tale fenomeno è spesso legato allo spopolamento delle aree rurali, in relazione al quale è causa e al contempo conseguenza. Causa, perché l'agricoltura è spesso fonte importante di reddito e di lavoro nelle aree rurali. Conseguenza, perché con lo spopolamento viene a mancare la forza lavoro e vengono meno i servizi di base.
La scarsa redditività dei terreni agricoli marginali, in particolare delle aree montane e delle aree interne, porta al disinteresse dei proprietari e dei loro eredi, un disinteresse che sfocia nel noto fenomeno delle "terre silenti" ossia terre abbandonate di cui non si conosce il proprietario. In queste circostanze il mercato fondiario fallisce nella sua funzione di facilitare il trasferimento della proprietà dei terreni e il loro uso efficiente. In risposta a questo fallimento, è nato l'associazionismo fondiario, prima in Francia, per poi diffondersi in tutta Europa. Si ricorda che in Italia la Rete Rurale Nazionale (RRN) 2014-2022 ha svolto un'importante azione di accompagnamento alle Associazioni Fondiarie (AsFo), unioni volontarie di proprietari di terreni incolti o abbandonati, pubblici e privati, con l'obiettivo di gestirli in modo sostenibile, recuperando la produttività dei fondi e contrastando il frazionamento fondiario e il degrado dell'ambiente e del paesaggio[1]. Ad oggi si contano circa 60 associazioni fondiarie, la maggior parte delle quali è localizzata lungo l'arco alpino (figura 3).

Un'altra ricerca, condotta in collaborazione tra CREA e Università degli Studi di Perugia (Galioto e Musotti, 2023) ha svelato i meccanismi che l'associazionismo fondiario è in grado di mettere in moto in assenza di un mercato fondiario, consentendo di recuperare terreni in stato di abbandono e di renderli fruibili per la pastorizia. In particolare, lo studio ha analizzato in che modo le comunità locali possono reagire in risposta a dei fallimenti di mercato, individuando forme di governance alternative per l'allocazione della terra. Si tratta di forme di governance molto eterogenee ma che trovano denominatore comune nell'azione collettiva. A titolo di esempio, la figura 4 offre uno spaccato di due aree alpine a confronto, l'una in stato di abbandono, l'altra in buone condizioni di manutenzione.


A tal proposito, vale la pena sottolineare che le iniziative collettive non sono mai spontanee e richiedono la presenza di una comunità con una certa attitudine all'autogoverno. Anch'esso di portata internazionale, lo studio di Galioto e Musotti ha analizzato i diversi contesti europei in cui hanno preso forma le AsFo giungendo alla conclusione che le iniziative volontarie di ricomposizione fondiaria hanno "attecchito" laddove in passato le riforme agrarie sono state meno aggressive e si è assistito al consolidamento di istituzioni che promuovono l'azione collettiva. Gli aspetti culturali, frutto di esperienze passate stratificate, sono il presupposto dell'azione collettiva, condizionando la capacità dei territori di reagire a stimoli esterni sempre più forti ed aggressivi, che espongono gli agricoltori di tutto il mondo alle turbolenze di mercati sregolati e iniqui.
La ricerca completa il quadro sopra delineato, argomentando che le politiche finanziarie assumono un ruolo secondario rispetto a quelle volte a rafforzare il coinvolgimento della comunità nella gestione del territorio, ad esempio favorendo a legittimare, responsabilizzare e rafforzare l'azione collettiva nelle sue forme più varie (es. leggi regionali volte a promuovere la costituzione di associazioni fondiarie).
In sintesi, l'uso dei terreni agricoli nei territori esaminati dalle ricerche sopra descritte segue due traiettorie evolutive opposte ma ugualmente problematiche: l'eccessivo sfruttamento e l'abbandono della terra. Lo sfruttamento eccessivo è spesso legato alla struttura delle aziende agricole: le piccole imprese marginali e le grandi aziende orientate al profitto tendono a trascurare la fertilità del suolo, mentre le aziende familiari di dimensioni intermedie mostrano una maggiore attenzione alla conservazione del suolo. L'abbandono, invece, nasce dal calo della popolazione rurale e dalla marginalità economica dei terreni, ma può essere contrastato grazie a forme di azione collettiva, come le AsFo, che permettono di recuperare terre silenti o inattive e valorizzarle per la comunità. In entrambi i casi, le politiche finanziarie da sole non bastano: la chiave sta nel combinare le pratiche agricole sostenibili e le forme di proprietà e gestione responsabile del territorio con forme di governance partecipativa e aperta alla cittadinanza. Solo così si potrà proteggere il suolo, mantenere vitali le aree rurali e garantire un'agricoltura più resiliente e sostenibile.
Francesco Galioto, Giovanni Dara Guccione, Francesca Varia
CREA
PianetaPSR numero 146 dicembre 2025