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 Tartufaia coltivata sperimentale del CREA-FL, con filari di piante tartufigene micorrizate, gestione del cotico erboso e sistema di irrigazione, esempio di integrazione tra ricerca applicata e pratiche agroforestali (Rende, CS). (Foto di Muzzalupo I.).
Foreste

Coltivare sotto gli alberi: forest farming, cambiamenti climatici e nuove prospettive per la filiera del tartufo

Dalle tartufaie controllate alla gestione ecosistemica: produzione, accesso regolato e tutela degli habitat.

La tartuficoltura italiana è in una fase di passaggio: accanto alla cerca tradizionale si stanno affermando tartufaie coltivate e tartufaie naturali controllate, affidate a privati, associazioni, consorzi ed enti pubblici. Per evitare che la tartufaia controllata sia percepita solo come area chiusa o riserva produttiva, occorre leggerla come strumento di gestione ecosistemica: un luogo in cui produzione, tutela del suolo, biodiversità, accesso regolato e adattamento climatico sono governati insieme.

Forest farming e tartuficoltura

Le politiche di sviluppo rurale guardano sempre più a modelli capaci di integrare produzione, sostenibilità ambientale e presidio delle aree interne. In questo quadro il forest farming rientra nel paradigma dell'agroforestazione: il bosco non è soltanto spazio da conservare o fonte di legname, ma sistema in grado di generare prodotti forestali non legnosi, servizi ecosistemici e nuove economie locali.

La tartuficoltura è una delle applicazioni più interessanti di questo approccio. Il tartufo non è una coltura convenzionale: nasce dall'interazione tra piante ospiti, suolo, clima, comunità microbiche e pratiche di gestione. Le specie del genere Tuber instaurano simbiosi ectomicorriziche con querce, nocciolo, tiglio, carpino, pioppo, salice o alcune specie di pino; la fruttificazione dipende quindi dalla continuità funzionale dell'ecosistema.

"Coltivare sotto gli alberi" significa, in questo caso, governare una rete ecologica. La pianta non è un semplice supporto produttivo, ma parte di un sistema in cui fungo, radici, lettiera, fauna del suolo e microclima concorrono alla produttività. La gestione di una tartufaia non può quindi limitarsi all'aumento della resa: deve tutelare piante simbionti, biodiversità, struttura del suolo e capacità di risposta agli stress climatici.

Figura 1. Vivaio forestale di Pinus heldreichii (pino loricato) in contenitore di Campotenese (Pollino, CS), con piantine allevate in vasetti disposte in filari, destinato alla produzione di materiale di propagazione per interventi di riforestazione e conservazione. (Foto di Muzzalupo I.).
Figura 1. Vivaio forestale di Pinus heldreichii (pino loricato) in contenitore di Campotenese (Pollino, CS), con piantine allevate in vasetti disposte in filari, destinato alla produzione di materiale di propagazione per interventi di riforestazione e conservazione. (Foto di Muzzalupo I.).

Cambiamenti climatici e vulnerabilità delle tartufaie

Le foreste mediterranee sono esposte a temperature più elevate, siccità frequenti, incendi, stress biotici e minore disponibilità idrica nei periodi critici. Questi fattori influenzano direttamente la produzione tartufigena, perché le micorrize e i carpofori sono sensibili all'umidità del suolo, alla continuità dell'attività radicale e alla stabilità delle comunità microbiche. Siccità prolungata, ondate di calore e compattazione del terreno possono ridurre vitalità e produttività.

Le tartufaie controllate possono diventare laboratori territoriali di adattamento. Diradamenti selettivi, gestione del cotico erboso, limitazione del calpestio, mantenimento della sostanza organica, regolazione dell'ombreggiamento, tutela degli impluvi, controllo dell'erosione e monitoraggio micorrizico sono interventi utili se calibrati sul contesto. Una tartufaia di Tuber magnatum in ambiente ripariale richiede attenzioni diverse da un impianto vocato a Tuber aestivum o Tuber melanosporum.

Tartufaie controllate: diffusione e frammentazione

La normativa nazionale distingue la raccolta nei boschi e nei terreni non coltivati dal diritto sui tartufi prodotti in tartufaie coltivate o controllate riconosciute e tabellate. Le tartufaie controllate sono tartufaie naturali migliorate e incrementate; quelle coltivate sono impianti realizzati ex novo. La legge prevede anche consorzi volontari per difesa, raccolta, commercializzazione e impianto di nuove tartufaie.

In molte regioni esistono modulistica, autorizzazioni e casi sperimentali. In Umbria il dibattito pubblico ha riguardato la crescita delle autorizzazioni e la necessità di controlli sostanziali; Campania, Toscana e Marche richiamano il ruolo di associazioni, cooperative, imprenditori agricoli e soggetti pubblici; in Calabria ci sono le tartufaie sperimentali dell'ARSAC e del CREA-FL e l'accordo tra il CREA e l'azienda Calabria Verde per il vivaismo di piante forestali micorrizate.

Questa pluralità dimostra vitalità, ma evidenzia anche l'assenza di un modello operativo omogeneo. Regioni e territori disciplinano riconoscimento, rinnovo, tabellazione, superfici e controlli con criteri diversi. Il rischio è che la tartufaia controllata venga letta soprattutto come strumento per riservare la raccolta, mentre resta più debole la componente ecosistemica: monitoraggio del suolo, biodiversità, accesso sostenibile, indicatori climatici, formazione dei conduttori e verifica degli interventi.

Oltre l'approccio produttivistico

Il miglioramento della produttività è un obiettivo legittimo, ma insufficiente se diventa l'unico criterio. Una tartufaia controllata non è un campo agricolo tradizionale: è un ecosistema naturale o seminaturale. Lavorazioni non calibrate, diradamenti impropri, introduzione non controllata di piante micorrizate, irrigazioni non contestualizzate o pulizie troppo intense possono alterare il microhabitat e ridurre nel tempo la qualità ecologica della stazione.

Il Piano nazionale della filiera del tartufo 2017-2020 del MASAF aveva già richiamato la necessità di linee guida operative, formazione e controlli rigorosi. La tartufaia naturale controllata veniva considerata un'area in cui la produzione spontanea è mantenuta o migliorata con un piano di conduzione, in equilibrio tra diritto di riserva e libera ricerca. Anche aggiornamenti regionali recenti, come quelli dell'Emilia-Romagna, confermano l'esigenza di criteri tecnici più uniformi, procedure verificabili e tutela ambientale.

Figura 2. Faggeta silana con corso d'acqua in impluvio, struttura forestale densa a Fagus sylvatica, lettiera abbondante e condizioni microclimatiche umide tipiche degli ecosistemi montani della Sila. (Foto di Muzzalupo I.). 
Figura 2. Faggeta silana con corso d'acqua in impluvio, struttura forestale densa a Fagus sylvatica, lettiera abbondante e condizioni microclimatiche umide tipiche degli ecosistemi montani della Sila. (Foto di Muzzalupo I.). 
 
 
 

Formazione e competenze

La qualità della gestione dipende dalle competenze di conduttori, tecnici, tartufai, vivaisti e operatori della filiera. Servono capacità di leggere il suolo, riconoscere le piante simbionti, valutare tempi e intensità degli interventi, rispettare calendari e regole di raccolta, prevenire danni al microhabitat e gestire correttamente il prodotto. Senza formazione, la tartufaia controllata resta una definizione amministrativa più che una pratica coerente.

Percorsi come il corso di formazione del CREA "La filiera del tartufo: dal bosco alla tavola", realizzato con il CONAF, hanno questo valore: costruire un linguaggio comune tra ricerca, professionisti, amministrazioni e operatori. In una filiera che unisce bosco, vivaio, cerca, trasformazione, ristorazione e turismo, la formazione consente di tradurre conoscenze scientifiche in comportamenti quotidiani e di ridurre la distanza tra norme, piani e gestione in campo.

Accesso regolato, non semplice chiusura

Nel dibattito pubblico la tartufaia controllata viene spesso identificata con un'area chiusa alla libera cerca. È una lettura parziale. Tabellazione e riserva di raccolta servono a rendere riconoscibile un regime di gestione, ma non dovrebbero coincidere automaticamente con esclusione sociale o privatizzazione di fatto del patrimonio tartufigeno. La funzione più corretta è regolare e monitorare l'accesso: stabilire chi raccoglie, quando, con quali modalità, con quale pressione e con quali obblighi di ripristino.

Il soggetto gestore dovrebbe prevedere periodi di riposo, limiti al numero di cercatori e cani, tracciabilità delle uscite, chiusure temporanee di microaree danneggiate, verifica della riempitura delle buche, sorveglianza degli accessi non autorizzati e attività di sensibilizzazione. Nelle aree pubbliche o di particolare valore naturalistico, queste regole possono integrarsi con didattica, ricerca, educazione ambientale e coinvolgimento delle associazioni locali.

Figura 3. Cane da tartufo in attività di cerca in ambiente mediterraneo collinare a Montegiordano (CS), su suolo pietroso e vegetazione spontanea, esempio di raccolta tradizionale del tartufo in contesto naturale. (Foto di Muzzalupo I.).
Figura 3. Cane da tartufo in attività di cerca in ambiente mediterraneo collinare a Montegiordano (CS), su suolo pietroso e vegetazione spontanea, esempio di raccolta tradizionale del tartufo in contesto naturale. (Foto di Muzzalupo I.).
 
 
 

Natura 2000 e aree sensibili

Molte aree vocate alla produzione spontanea di tartufi coincidono con habitat forestali e ripariali di pregio, corridoi ecologici e suoli ben strutturati. In tali contesti la tartufaia controllata può funzionare come Nature-Based Solution solo se il piano di gestione integra resa, conservazione degli habitat, monitoraggio delle pressioni e adattamento climatico.

L'integrazione con Natura 2000 richiede cautela. Messa a dimora di piante micorrizate, diradamenti, irrigazione, opere di accesso e fruizione devono essere coerenti con gli obiettivi di conservazione del sito e valutati rispetto a disturbo della fauna, alterazione degli habitat, materiale genetico non idoneo e modifiche del regime idrico. Indicatori minimi dovrebbero riguardare copertura vegetale, compattazione, umidità del suolo, specie simbionti, produzione, pressione di raccolta e stato delle microaree produttive.

Il caso Calabria

La Calabria è un territorio ad alto potenziale ma con filiera ancora in consolidamento. La rilevante copertura forestale e la diversità di ambienti montani, collinari e mediterranei offrono habitat idonei a diverse specie di Tuber e permettono di collegare tartuficoltura, gestione forestale, ricerca applicata e sviluppo delle aree interne.

Il percorso regionale comprende iniziative formative, produzione di piante micorrizate, tartufaie sperimentali e collaborazioni tra enti pubblici e associazioni. La tartufaia sperimentale del CREA-FL presso l'azienda Li Rocchi di Rende, avviata con piante forestali autoctone micorrizate con Tuber aestivum, è un campo dimostrativo e di ricerca con finalità didattiche accessibile anche ai ciechi e agli ipovedenti, monitoraggio ambientale e gestione controllata dell'accesso.

Nella stessa prospettiva si colloca VIVATUCA, programma per lo sviluppo del vivaismo di piante forestali micorrizate al tartufo in Calabria, basato su collaborazione istituzionale, produzione e controllo delle piante, trasferimento tecnico-scientifico, conservazione delle risorse genetiche locali e supporto alla realizzazione di tartufaie controllate. Per la regione, la priorità non è solo aumentare la produzione, ma costruire sistemi resilienti: aree mappate, conduttori formati, associazioni coinvolte, controlli trasparenti e piani differenziati per specie e ambiente.

 

Verso un protocollo di gestione ecosistemica

L'esperienza italiana suggerisce l'utilità di un protocollo minimo nazionale, adattabile alle specificità regionali. Non dovrebbe sostituire le competenze locali, ma offrire criteri comuni per rendere confrontabili le pratiche e verificabili gli effetti. Gli elementi essenziali sono: mappatura ecologica e catastale dell'area; piano pluriennale distinto per tartufaie naturali controllate e coltivate; regole di accesso e raccolta; indicatori di monitoraggio su produzione, suolo, copertura vegetale, piante ospiti, micorrize, biodiversità e disturbo antropico; formazione dei gestori; uso di piante micorrizate certificate; controlli in campo; coinvolgimento di associazioni, cooperative, enti locali, ricercatori e comunità rurali.

Un protocollo condiviso aiuterebbe a distinguere le tartufaie realmente gestite da quelle soltanto tabellate. La legittimità della riserva dovrebbe essere proporzionata alla qualità del piano di gestione e alla capacità del conduttore di mantenere o migliorare l'habitat tartufigeno.

Conclusioni

Il forest farming applicato alla tartuficoltura integra produzione, conservazione e adattamento climatico. Le tartufaie controllate sono già presenti in molte realtà italiane e coinvolgono privati, consorzi, associazioni, cooperative, enti pubblici e strutture sperimentali. Questa pluralità è una ricchezza, ma richiede un salto di qualità: da una gestione centrata quasi esclusivamente sulla produzione a una gestione ecosistemica, verificabile e condivisa.

La tartufaia controllata non deve essere considerata una semplice area chiusa. Il suo compito è regolare l'accesso, ridurre la pressione sulla risorsa, tutelare suolo e piante simbionti, mantenere la funzionalità ecologica dell'habitat e rendere la produzione compatibile con la conservazione del patrimonio naturale. Coltivare sotto gli alberi significa oggi coltivare resilienza, biodiversità e nuove opportunità per le comunità rurali.

 

Bibliografia essenziale

  • Legge 16 dicembre 1985, n. 752. Normativa quadro in materia di raccolta, coltivazione e commercio dei tartufi freschi o conservati destinati al consumo.
  • MASAF (2017). Piano nazionale della filiera del tartufo 2017-2020. Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.
  • IPCC (2022). Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability.
  • Mosquera-Losada M.R. et al. (2018). Agroforestry in Europe. Land Use Policy, 78, 603-613.
  • Smith S.E., Read D.J. (2008). Mycorrhizal Symbiosis. Academic Press.
  • CREA (2024). Tartufo di Calabria: il CREA capofila nella costruzione della filiera. Comunicato istituzionale. www.crea.gov.it 
  • Regione Emilia-Romagna (2025). Tartufaie controllate e coltivate: criteri, controlli e procedure omogenee.
 

Innocenzo Muzzalupo* & Gilberto Bragato**
*CREA - Centro di ricerca Foreste e Legno (CREA-FL), Via S. Severo, 85, 87036 Rende (CS) innocenzo.muzzalupo@crea.gov.it
**CREA - Centro di ricerca Viticoltura ed Enologia (CREA-VE), Via Trieste, 23, 34170 Gorizia (GO)  gilberto.bragato@crea.gov.it

 
 

PianetaPSR numero 151 maggio 2026