
I sistemi agroforestali sono quei sistemi agricoli dove si coltivano specie arboree e/o arbustive consociate a colture erbacee e/o allevamenti. Quando la consociazione riguarda specie erbacee, si parla di sistemi silvoarabili. Quando invece la consociazione riguarda foraggi e/o pascolo, si parla di sistemi silvopastorali. Sia a livello globale che europeo e italiano, i sistemi silvopastorali sono la forma più diffusa di agroforestazione. In Italia, per esempio, l'agroforestazione nel suo complesso occupa circa 1,4 milioni di ettari, di cui 1,3 milioni sono sistemi silvopastorali (Paris et al., 2019). Un sistema silvopastorale si può ottenere raccogliendo foraggio o facendo pascolare gli animali in un sistema già arborato (come un bosco, un frutteto o un seminativo o pascolo più o meno intensamente arborati) oppure piantando alberi su pascoli o prati-pascolo. Quando in un sistema, oltre ad alberi ed animali, è presente anche una coltura consociata agli alberi, si parla di sistemi agro-silvopastorali. Sistemi pastorali sono anche quelli dove semplicemente si piantano alberi intorno a stalle o nei paddock, per abbellire, ombreggiare, oscurare la vista, mitigare gli odori ecc.
In Italia i sistemi silvopastorali più diffusi e caratteristici sono quelli alpini, appenninici e mediterranei. Quelli alpini sono caratterizzati da popolazioni arboree a bassa densità o mosaici di boschi e pascoli. Spiccano i pascoli di larice, una specie decidua che favorisce la crescita dell'erba in primavera e offre ombra in estate. I sistemi appenninici sono storicamente legati alla transumanza, oggi sempre più abbandonata, con conseguente ricolonizzazione di arbusti e foreste. Oggi il pascolo è spesso legato a razze bovine autoctone o utilizzato per scopi turistici e di manutenzione del territorio (es. piste da sci e barriere tagliafuoco). Nella zona mediterranea, sono particolarmente rilevanti i sistemi silvopastorali della Sardegna (con oltre 400.000 ettari di sistemi a base di quercia), Calabria e Sicilia. In Sardegna prevalgono i sistemi simili alla "dehesa" spagnola, dominati dalla quercia da sughero, dove pascolano ovini, caprini e bovini, sempre o in alternanza a coltivazioni di cereali o altre colture. In passato era molto diffuso anche il pascolamento dei frutteti e soprattutto degli oliveti. Il termine "silvo", infatti, non deve trarre in inganno: nei sistemi silvopastorali e agro-silvopastorali questo termine indica qualunque tipologia di albero, anche da frutto e non solo specie di interesse forestale. Questo vale anche per l'agroforestazione (o agroforestry) in generale, dove il termine forestazione (o forestry) non implica necessariamente alberi forestali. Anzi, gli alberi da frutto sono la tipologia di albero più impiegata nei moderni impianti agroforestali, per la maggiore e più precoce produttività rispetto a essenze forestali, con cicli di raccolta lunghi e quindi condizioni di mercato incerte.
I vantaggi dei sistemi silvopastorali sono innumerevoli, comprendendo quelli dell'agro forestazione in generale, come il sequestro e lo stoccaggio del carbonio, la riduzione dell'erosione, il miglioramento della qualità dell'acqua e dell'aria, la protezione della biodiversità, la diversificazione colturale e produttiva, ecc. Qui, approfondiremo però solo i vantaggi specifici per la zootecnia. Tra i vantaggi più importanti c'è l'ombreggiamento degli animali a pascolo che ne riduce fortemente lo stress di caldo, un problema spesso sottostimato che sta divenendo sempre più importante con i cambiamenti climatici. Si stima che, a livello globale, la perdita economica per ridotta produzione di carne e latte, causata dal cambiamento climatico rispetto al 2005, è di 14,65 miliardi di dollari (Thornton et al. 2022). Gli alberi riducono l'esposizione degli animali anche al vento e alla pioggia.
Un secondo importante vantaggio è che gli alberi e gli arbusti possono produrre foraggio aggiuntivo, direttamente pascolato o raccolto e portato agli animali. Questo può rappresentare una porzione importante della dieta animale, consentendo quindi un risparmio, oppure rappresentare una integrazione alimentare in grado di contribuire alla salute e al benessere animale. Gli alberi possono rappresentare un serbatoio di foraggio da utilizzare in caso di emergenza, come in un periodo di improvvisa scarsità di foraggio, dovuta a un'imprevista siccità oppure a cause antropiche come conflitti o disordini sociali e di mercato.
Un altro vantaggio è che gli alberi offrono un ambiente più naturale che favorisce l'etologia del bestiame, migliorando il benessere e la qualità dei prodotti. Il pascolamento nei boschi può rappresentare una valida strategia antincendio. Ulteriori dettagli sui vantaggi e svantaggi dell'integrazione alberi-animali sono descritti sotto nell'ambito del caso studio sui sistemi silvopastorali in frutteto.

Attualmente, circa il 45% delle terre abitabili è destinato all'agricoltura e l'80% di questa superficie (38 milioni di km2) è impiegato per la produzione zootecnica (pascoli e colture per mangimi). Con l'aumento della popolazione e dei consumi pro capite, ci sarà bisogno di ulteriori pascoli, ma ricavarli con ulteriore deforestazione è insostenibile. Una parziale soluzione è quella di sfruttare il potenziale di pascolo (o produzione di foraggio) di colture arboree già esistenti, oppure di piantare alberi (specialmente da frutto, che garantiscono redditi più rapidi) in pascoli già esistenti. Questo può aumentare la produttività complessiva del sistema senza sottrarre terra alla produzione di colture alimentari.
Nonostante i vantaggi, l'integrazione frutteto-zootecnia è ancora sotto-utilizzata. In Europa, l'agroforestazione copre circa il 9% della superficie agricola, ma solo una minima parte riguarda i frutteti pascolati, costituiti in prevalenza da oliveti. A livello mondiale, circa il 90-94% dei 189 milioni di ettari di colture permanenti (frutteti e vigneti) è ancora gestito a monocoltura. Utilizzare il potenziale foraggero di tali superfici, senza diminuirne la produttività come coltura principale, offre una importante opportunità per ridurre la necessità di nuovi pascoli, ma anche di ridurre l'uso di pesticidi e di migliorare la resilienza aziendale diversificando le produzioni.
Storicamente, i frutteti sono sempre stati sistemi integrati e diversificati, noti con nomi locali come coltura promiscua o piantate in Italia, lo Streuobst nei paesi germanici o le oasis nel Mediterraneo. Questi modelli garantivano un'elevata produttività totale e soddisfacevano i molteplici bisogni delle famiglie rurali. Tuttavia, nell'ultimo secolo, la specializzazione e l'intensificazione colturale hanno trasformato questi sistemi in monocolture. Se da un lato ciò ha favorito la meccanizzazione e le economie di scala, dall'altro ha causato danni ambientali: degrado del suolo, erosione (specialmente in pendenza), inquinamento da fertilizzanti chimici e perdita di biodiversità. Per invertire questa tendenza si sta diffondendo sempre più la pratica dell'inerbimento, ovvero la copertura del suolo con vegetazione temporanea o permanente. I vantaggi agronomici sono molteplici: l'inerbimento previene l'erosione, migliora l'infiltrazione dell'acqua e aumenta la sostanza organica e il sequestro del carbonio nel suolo. L'uso di leguminose consente di fissare l'azoto atmosferico, riducendo la dipendenza dai fertilizzanti sintetici (principale fonte di emissioni in agricoltura). L'inerbimento protegge la superficie del suolo dalle piogge battenti, previene la formazione di crosta e migliora la portanza del suolo e l'accessibilità del campo per i mezzi. Nonostante i benefici a lungo termine, l'inerbimento comporta costi immediati di gestione che possono frenarne l'adozione. Per questo motivo, l'attuale Politica Agricola Comune (PAC) dell'UE prevede sussidi specifici (ecoschemi) per incentivare questa pratica. Nonostante il crescente interesse all'inerbimento (circa il 50% degli oliveti europei è inerbito), resta invece molto scarso (meno del 10%) l'utilizzo della biomassa prodotta come foraggio, che potrebbe invece consentire produzioni e reddito aggiuntivi sullo stesso terreno senza nulla togliere alla coltura principale, comunque inerbita. Questo rappresenta uno spreco di biomassa e una opportunità economica persa. Le colture foraggere sono tra le più compatibili per l'inerbimento dei frutteti poiché sono più adattabili all'ombra rispetto ai cereali e offrono una gestione flessibile: in annate di siccità possono essere raccolte precocemente per non competere con gli alberi per l'acqua, mentre in annate piovose possono essere lasciate crescere più a lungo, favorendo l'infiltrazione della pioggia e l'accumulo di acqua nel suolo.
Il valore foraggero di un frutteto non si limita alla vegetazione dell'inerbimento (2-10 tonnellate di sostanza secca per ettaro), ma include risorse spesso ignorate, quali i residui di potatura (in specie come l'olivo, piante sempreverde, il 50% del materiale potato è appetibile e disponibile in inverno, quando il foraggio fresco scarseggia), i frutti caduti (il loro consumo da parte del bestiame non solo nutre gli animali, ma interrompe il ciclo vitale di parassiti e patogeni), i sottoprodotti della lavorazione (sanse e polpe esauste sono ricche di zuccheri e antiossidanti quindi, oltre a far risparmiare sull'alimentazione degli animali, ne migliorano la salute e la qualità dei prodotti, come latte, carne e uova) e le foglie che cadono in autunno.
In sintesi, l'integrazione zootecnica nei frutteti trasforma risorse spesso trascurate (erba, frutti caduti, residui di potatura e foglie) in foraggio, aumentando la produttività complessiva dell'azienda (intensificazione ecologica) e la sua resilienza economica.
Fin qui abbiamo descritto i benefici dell'integrazione frutteto-zootecnia per gli animali, ma anche questi ultimi possono apportare benefici al frutteto. L'integrazione, infatti, trasforma il bestiame in un fornitore di servizi ecosistemici gratuiti, riducendo la dipendenza da macchinari e prodotti chimici e quindi i costi di gestione e l'impatto ambientale. Per esempio, il pascolamento offre un diserbo naturale ed efficace, eliminando o riducendo i costi di falciatura/trinciatura dell'inerbimento. Il pascolamento, inoltre, previene le emissioni di azoto ammoniacale che avviene naturalmente con la decomposizione dell'erba tagliata, trattenendolo invece nel sistema.
L'uso di specie miste (es. bovini seguiti da ovini) è ottimale per evitare che piante non appetite da una singola specie diventino dominanti. In alcune vigne neozelandesi, gli ovini sono utilizzati per rimuovere le foglie vicine ai grappoli d'uva, per migliorarne l'aerazione e l'insolazione e quindi la sanità e la qualità. In altri casi, gli ovini sono utilizzabili per spollonare gli alberi. Polli e suini possono eseguire lavorazioni superficiali del terreno preparandolo per la semina. Tutti gli animali restituiscono nutrienti al suolo sotto forma di letame. È stato stimato che l'uso di oche in vigneto o polli in oliveto riduca drasticamente l'impatto ambientale dell'azienda, eliminando le operazioni di concimazione chimica e sfalcio meccanico, tra le più inquinanti del ciclo produttivo.
Gli animali possono anche contribuire alla difesa fitosanitaria, interrompendo il ciclo vitale di molti parassiti. Per esempio, animali come maiali, pollame e pecore, mangiano i frutti caduti a terra, spesso infestati da larve (es. mosca dell'olivo, carpocapsa del melo), distruggendole. Gli animali consumano anche il fogliame autunnale che cade, eliminano l'inoculo di malattie fungine e batteriche che colpirebbero le piante l'anno successivo. Inoltre, il calpestio e il razzolamento disturbano i tunnel di roditori (arvicole) e i cicli di insetti che svernano nel primo strato di terreno.
Per massimizzare questi benefici senza danneggiare il frutteto, il pascolo deve essere intenso ma in rotazione breve (pascolo razionale). Lasciare gli animali in un'area recintata a tempo indeterminato causa sovra-pascolamento, compattazione del suolo e danni agli alberi. Una gestione oculata permette invece di ottenere un effetto diserbante e concimante uniforme.
Se da una parte l'integrazione frutteto-zootecnia offre i vantaggi e le potenzialità sopra descritte, la sua scarsa adozione è probabilmente dovuta a diverse problematiche che vanno affrontate e risolte, tra le quali quelle brevemente descritte di seguito. Il cotico erboso può competere con la coltura arborea per acqua e nutrienti. L'uso di leguminose tende però ad aumentare l'azoto nel suolo, migliorando spesso la resa del frutteto. Inoltre, la vegetazione favorisce l'infiltrazione dell'acqua negli strati profondi e spinge le radici degli alberi a scendere più in basso, rendendoli più resistenti alla siccità nel lungo termine. Una gestione oculata (sfalci frequenti o pascolo intenso) riduce l'evapotraspirazione della copertura erbosa, mitigando la competizione idrica.
L'ombra dell'albero limita lo sviluppo della coltura foraggera. Tuttavia, alcune specie foraggere tollerano meglio l'ombra rispetto, per esempio, ai cereali o altre colture agrarie. Inoltre, il foraggio cresciuto all'ombra presenta spesso un contenuto più elevato di proteine e più basso di fibre, migliorando la qualità. Inoltre, in climi caldi, l'ombra dell'albero protegge il foraggio dalle temperature estreme e dalla disidratazione, potendo paradossalmente aumentarne la produzione rispetto a un pascolo in pieno sole. L'ombra, poi, mantiene il foraggio verde più a lungo in estate e inverno, favorendo una migliore distribuzione annua di foraggio fresco, fatto spesso più importante, per il pascolamento, della produzione totale. Il successo dell'integrazione, quindi, risiede nel design del sistema: scegliere specie tolleranti all'ombra, gestire l'intensità del pascolamento e sfruttare i periodi di dormienza dei frutteti decidui (quando la luce al suolo è massima e la competizione per acqua e nutrienti è minima). Se gestito correttamente, il frutteto può produrre una quantità di foraggio paragonabile a un pascolo puro, mantenendo o addirittura migliorando la resa in frutti grazie ai servizi ecosistemici attivati.

L'integrazione di animali nei frutteti richiede una gestione attenta per evitare che i benefici (diserbo, fertilizzazione, difesa, integrazione al reddito) siano annullati da danni fisici alle piante o rischi per la salute. Gli animali possono scortecciare gli alberi o brucarne foglie e germogli. La vulnerabilità varia in base all'animale e al tipo di pianta. Animali di grandi dimensioni, come equini e bovini, possono causare danni gravi, sebbene i cavalli siano spesso usati negli oliveti poiché raramente ne brucano le foglie. Gli ovini sono più gestibili, ma alcune razze (come la Shropshire) sono preferibili perché non tendono ad alzarsi sulle zampe posteriori per raggiungere la chioma. Piccoli animali quali oche e galline sono i più sicuri: non scortecciano e la loro bassa statura limita i danni alla chioma (tranne che nei piccoli frutti). Tuttavia, il pollame può causare erosione o compattazione vicino ai ricoveri se non gestito con pascolo razionale. Per proteggere gli alberi si possono usare recinzioni elettriche, shelter (protezioni individuali per il tronco) o sistemi di allevamento della chioma più alti. Una tecnica innovativa consiste nel somministrare quotidianamente dei residui di potatura prima del pascolo per "saziare" il desiderio degli animali di brucare rami.
Una barriera significativa all'adozione su larga scala è il rischio di contaminazione dei frutti da parte di patogeni animali (es. Salmonella, Listeria). Le normative variano e sono carenti in questo ambito. Il pascolo post-raccolta è una strategia efficace per rispettare le norme sanitarie pur mantenendo i benefici del controllo dei parassiti durante l'inverno.
Il rischio sanitario dell'integrazione zootecnica nei frutteti è però bidirezionale: gli animali possono essere esposti ai residui dei trattamenti chimici (pesticidi, rame, zinco). Mentre esistono tempi di carenza per il consumo umano, mancano spesso dati su quando sia sicuro far rientrare il bestiame dopo un trattamento. La coltivazione biologica è più adatta all'integrazione, poiché utilizza sostanze meno persistenti e con minori rischi di tossicità. Bisogna però fare attenzione al rame, spesso utilizzato in biologico, che si accumula sulla vegetazione e nel terreno e può risultare tossico per gli animali al pascolo, particolarmente per gli ovini che sono molto sensibili a questo composto.
L'integrazione silvopastorale, pur essendo ecologicamente valida, aumenta la complessità gestionale dell'azienda, richiedendo competenze doppie e una pianificazione meticolosa per bilanciare le esigenze degli alberi e quelle degli animali.
La selezione del foraggio è un punto critico. La vegetazione spontanea è più economica ma spesso troppo competitiva (dominata da graminacee). Al contrario, le colture seminate permettono di ottimizzare il sistema: le leguminose fissano l'azoto atmosferico, riducendo i costi dei fertilizzanti, ma comportano rischi di meteorismo (per i ruminanti) e di coliche (equini) se non miscelate correttamente. Le specie annuali (come il trifoglio sotterraneo) offrono una pacciamatura secca naturale in estate, limitando la competizione idrica con l'albero e anzi riducendo le perdite per evaporazione dal suolo, mentre le specie perenni riducono i costi di impianto ma richiedono più acqua d'estate. Esiste inoltre una forte necessità di selezionare cultivar specifiche per l'agroforestazione, poiché sementi selezionate per il pieno sole (spesso provenienti da mercati esteri) potrebbero non essere adatte sotto chioma.
Integrare animali in un frutteto significa aggiungere un impegno quotidiano (cura del bestiame) che molti frutticoltori non sono disposti o in grado di sostenere. Inoltre, la diversificazione produttiva richiede nuove infrastrutture e strategie di marketing per prodotti multipli. Per superare questi limiti, sta crescendo la collaborazione tra aziende diverse: i pastori portano le greggi nei frutteti altrui (specialmente durante il riposo invernale). In questo modo, il pastore ottiene pascolo gratuito e il frutticoltore ottiene diserbo e concimazione senza dover gestire direttamente gli animali.
Un grosso ostacolo è spesso di natura normativa. La burocrazia per un'azienda diversificata è molto più pesante rispetto a quella di una grande monocoltura. Inoltre, alcune norme specificatamente contrastano l'integrazione. Per esempio, l'ecoschema 2 della PAC sovvenziona l'inerbimento dei frutteti ma il contributo è basato sui costi aggiuntivi di sfalcio, per cui è incompatibile con il pascolamento che fa venire meno tali costi. Questo costringe gli agricoltori a sfalciare meccanicamente (consumando carburante) invece di usare il bestiame come tosaerbo naturale e produttivo.
Il futuro dei sistemi integrati frutteto-allevamento dipende dalla capacità della ricerca di superare i limiti delle attuali monocolture, selezionando varietà e tecniche specifiche per l'integrazione tra alberi e animali. Attualmente, la maggior parte delle sementi foraggere è selezionata per il pieno sole, mentre serve sviluppare varietà capaci di mantenere alta qualità e produttività sotto chioma. Serve inoltre selezionare varietà che crescono a basse temperature per sfruttare il periodo di dormienza invernale degli alberi, per produrre più foraggio senza competizione. Serve poi migliorare la capacità delle specie annuali di riseminarsi autonomamente per abbattere i costi di risemina.
Un altro obiettivo potrebbe essere la selezione di specie ricche di tannini. Questi non solo prevengono il meteorismo nei ruminanti, ma riducono le emissioni di metano, migliorano l'efficienza proteica e agiscono come antiparassitari naturali. In un frutteto, infatti, l'obiettivo non è necessariamente la quantità massima di foraggio, ma una produzione di alta qualità che integri i foraggi provenienti da altre aree aziendali. Altri obiettivi della ricerca possono includere la selezione di portinnesti leggermente più vigorosi del normale, capaci di compensare l'eventuale competizione esercitata dal foraggio, così da mantenere la stessa taglia e resa della monocoltura. È poi necessario sviluppare macchinari specifici per i frutteti, come seminatrici su sodo economiche, sistemi per la fienagione negli interfilari e tecnologie per il recupero e l'insilamento dei sottoprodotti (frutti e potature).
Infine, la ricerca non deve limitarsi alle pubblicazioni accademiche e invece favorire lo scambio tra agricoltori. Vedere modelli di successo già funzionanti in altre aziende ha un impatto molto più forte sulla diffusione di queste pratiche rispetto alla sola letteratura scientifica.
Il ritorno all'integrazione tra frutteti e allevamento rappresenta una valida risposta alle crisi climatiche e ambientali moderne. Sebbene la specializzazione del secolo scorso abbia separato queste pratiche, oggi la scienza dimostra che sfruttare la luce e lo spazio tra gli alberi per produrre foraggio aumenta la produttività totale del suolo, riducendo la necessità di deforestazione. L'uso di leguminose o miscugli con graminacee migliora la fertilità del suolo, riduce i costi di gestione (concimazione), aumentando la resilienza aziendale. Gli animali possono consentire di ridurre costi (diserbo, concimazione, spollonatura, spampinatura, ecc.) e impatto ambientale delle colture arboree, mentre queste offrono foraggi e riparo dagli estremi climatici, riducendo i costi di alimentazione e lo stress da caldo, migliorando benessere e performance animale. Nonostante le sfide tecniche e l'ostacolo di una burocrazia spesso non ottimizzata per favorire pratiche agroecologiche, l'integrazione silvopastorale su scala globale offrirebbe un contributo importante al miglioramento del reddito aziendale, ma anche alla sicurezza alimentare e alla riduzione delle emissioni di gas serra, trasformando i frutteti da monocolture intensive in ecosistemi multifunzionali e sostenibili. Per approfondire le tematiche di questo articolo, vedere la pubblicazione Rosati et al., 2025.
Adolfo Rosati, Alberto Mantino, Mariano Pauselli, Pierluigi Paris
PianetaPSR numero 151 maggio 2026