
Quali effetti hanno avuto i dazi imposti dagli Stati Uniti sul settore agroalimentare europeo? Una risposta arriva dallo studio ISMEA, realizzato nell'ambito delle attività del piano di Azione Rete Nazionale della PAC 2025-2027 (progetto IS 03.01 "Qualità, competitività e filiere"). L'attenzione è rivolta alla valutazione degli impatti sia a livello macroeconomico sia a livello settoriale, con riferimento alle principali filiere produttive e ai comparti maggiormente orientati all'export.
Negli ultimi venti anni, si è assistito a una progressiva crisi del sistema commerciale multilaterale, con l'allontanamento del commercio internazionale dal modello di liberalizzazione e di iperglobalizzazione degli anni Duemila. Dall'interruzione dei negoziati seguita alla conferenza intergovernativa di Seattle del 1999 al blocco del Development Round, l'Organizzazione mondiale del commercio ha mostrato crescenti difficoltà di agire da garante degli scambi internazionali, e il multilateralismo ha ceduto il passo ad accordi preferenziali su base bilaterale o regionale.
In questo contesto, si è registrata una ripresa del protezionismo, alimentato anche da considerazioni geopolitiche e di sicurezza nelle politiche commerciali di numerosi paesi. Oltre al livello dei dazi, è aumentato il ricorso a barriere non tariffarie di vario tipo (restrizioni sanitarie, tecniche e ambientali) che regolano ormai due terzi del commercio mondiale.
Gli USA hanno progressivamente ridotto il proprio impegno verso il multilateralismo, ma anche l'UE ha modificato il suo tradizionale approccio orientato al libero scambio puro per ragioni di sostenibilità ambientale e sociale, mitigandolo con l'adozione di standard ambientali e sociali europei più stringenti, nella speranza di stimolare la loro diffusione a livello globale.
In questo quadro già molto incerto, nel 2025 l'amministrazione USA ha adottato una politica tariffaria molto aggressiva, portando l'aliquota media dei dazi dal 2,5% al 27% in pochi mesi. I paesi inizialmente più colpiti sono stati la Cina (con dazi punitivi fino al 125%) e le economie del Sud-Est asiatico (con aliquote comprese tra il 30% e il 40%); America Latina, Gran Bretagna, Turchia e Australia sono state interessate da dazi pari al 10%, mentre l'UE si è collocata in una posizione intermedia, con un'aliquota del 20%.
Il 27 luglio UE e USA hanno raggiunto un accordo che stabiliva, a partire dal 7 agosto 2025, l'applicazione di dazi del 15% sulla maggior parte delle importazioni USA provenienti dall'UE, in cambio dell'eliminazione di alcune tariffe europee su prodotti industriali e agricoli americani. A febbraio 2026, in risposta a una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha dichiarato illegittimi i dazi precedentemente imposti sulla base di un presunto stato di emergenza, l'amministrazione USA ha reagito sostituendoli con un dazio generalizzato del 10% (basato sul Trade Act).
Nel rapporto le valutazioni sono in larga misura riferite agli effetti dei dazi previsti dall'accordo UE-USA del luglio 2025.
Nel 2025 le esportazioni italiane verso gli USA hanno raggiunto un valore complessivo di circa 70 miliardi di euro, con un aumento del 7,2% rispetto al 2024. Le esportazioni agroalimentari si sono invece attestate a 7,5 miliardi di euro, in calo del 4,6% su base annua.
Le esportazioni agroalimentari italiane verso gli USA sono molto concentrate sotto il profilo merceologico, con una prevalenza dei prodotti simbolo del made in Italy, come vini, olio di oliva e pasta. Invece, le importazioni agroalimentari italiane dagli USA si caratterizzano per una maggiore incidenza di materie prime agricole, destinate alla nostra industria di trasformazione.
La dinamica tendenziale a livello mensile delle esportazioni italiane verso gli USA rivela che, nella prima parte del 2025, gli annunci sull'introduzione dei nuovi dazi hanno coinciso con un picco delle vendite sul mercato statunitense; tale risultato è spiegabile con l'effetto della gestione delle scorte da parte degli importatori, che hanno anticipato i propri acquisti rispetto alla data di applicazione dei nuovi dazi. Nei mesi successivi, al contrario, l'effettiva entrata in vigore dei dazi ha portato a un rallentamento delle nostre spedizioni sul mercato USA.
Negli Stati Uniti è di fatto assente una produzione interna in grado di sostituire le importazioni di molti prodotti del made in Italy agroalimentare, ma per alcuni prodotti può essere rilevante la concorrenza sul mercato nord-americano di Paesi extra-UE meno colpiti dai dazi. Nel caso del vino, ad esempio, la nuova politica tariffaria USA genera una preferenza tariffaria sfavorevole ai vini europei, a vantaggio di quelli della Nuova Zelanda e dell'Australia; va tuttavia osservato che i vini provenienti da tali Paesi coprono attualmente appena il 15% delle importazioni USA (contro il 33% della Francia e il 32% dell'Italia) rendendo poco probabile un incremento tale da minacciare in misura significativa la consolidata presenza francese e italiana sul mercato statunitense.
Guardando ai tredici principali prodotti dell'export italiano verso gli USA, soltanto per il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano il dazio al 15% previsto dall'intesa dell'agosto 2025 equivaleva a quello precedente, in vigore fino al 2 aprile 2025. Tenendo presente che gli effetti dei dazi dipendono da diversi fattori, i prodotti più colpiti risultavano i vini e spumanti, l'olio extravergine di oliva, seguiti dai prodotti di panetteria e pasticceria e dai liquori.
Le simulazioni presentate nel rapporto, basate sul modello di equilibrio economico generale GTAP (Global Trade Analysis Project), consentono di valutare gli effetti macroeconomici e settoriali delle recenti politiche commerciali neo-protezionistiche adottate dagli Stati Uniti.
Lo scenario di riferimento (baseline) riproduce l'assetto commerciale precedente agli annunci tariffari del 2025, includendo gli effetti di accordi di libero scambio come il CETA e l'EPA, nonché le tensioni commerciali tra USA e Cina e le sanzioni UE alla Russia. Su tale base sono stati costruiti tre scenari alternativi: il primo incorpora l'inasprimento tariffario statunitense nei primi mesi del 2025 basato sull'introduzione di dazi addizionali sulle importazioni provenienti dai principali partner commerciali, differenziati per Paesi e aree; il secondo analizza gli effetti dell'accordo USA-UE del 7 agosto 2025, che introduce un dazio non superiore al 15% sui prodotti europei; il terzo aggiorna il quadro alla situazione attuale, successiva alla sentenza della CorteSuprema USA che ha dichiarato illegittimi i dazi applicati, con un dazio globale uniforme del 10%.
Nel complesso, i risultati evidenziano che, in un contesto di crescente frammentazione commerciale, gli accordi bilaterali non sono in grado di compensare gli effetti negativi di politiche protezionistiche. Ciò è vero soprattutto per il settore agroalimentare, più vulnerabile in quanto caratterizzato da una limitata capacità di riallocazione dei flussi commerciali a breve termine.
Nel primo scenario si osserva una contrazione media del 10% delle esportazioni agroalimentari UE verso gli USA, con la Francia più colpita (-11%) e l'Italia meno esposta (-6%); risultano penalizzati soprattutto i prodotti trasformati, in particolare le bevande; l'unica eccezione riguarda il settore lattiero-caseario italiano, per il quale si stima una crescita dell'export.
Nel secondo scenario la simulazione mostra come l'accordo abbia comportato un "sacrificio" dell'agroalimentare UE a vantaggio del resto dei settori, per i quali il dazio aggiuntivo applicato dagli USA è inferiore a quello che grava sull'agroalimentare. Di conseguenza, mentre le esportazioni complessive dell'UE verso gli USA aumentano, quelle agroalimentari diminuiscono in tutti i Paesi membri.
Nel terzo scenario risultano avvantaggiati i Paesi precedentemente penalizzati da dazi più elevati (come Cina, Brasile e India), a danno di quelli che avevano goduto di margine di preferenza, inclusa l'UE. Ne deriva una contrazione media del 13% delle esportazioni europee verso gli USA, più marcata nei settori manifatturieri integrati come automotive, metalli e chimica, mentre il farmaceutico risulta in crescita. L'Italia registra un calo in linea con la media europea (-13,6%), con una maggiore resilienza dell'agroalimentare ma forti perdite in bevande e tabacco, oltre a criticità nei settori meccanico e dei trasporti. A livello complessivo, gli effetti sul commercio risultano più contenuti per l'UE (-0,6%) rispetto agli Stati Uniti (-11,2%).
Un modo alternativo di guardare al commercio internazionale è quello di ragionare in termini di catene globali del valore (CGV), che prendono in considerazione non solo il commercio dei beni finali tra Paesi, ma anche i flussi di scambio di input intermedi impiegati per la loro produzione. Per cogliere appieno il significato e la capacità descrittiva e interpretativa delle CGV, è necessario esprimere il commercio internazionale in termini di valore aggiunto (VA) contenuto nei beni scambiati.
Per descrivere e valutare queste dinamiche vengono utilizzati due indicatori rilevanti nell'analisi delle CGV: la cosiddetta partecipazione backward, che misura la quota di VA estero incorporato nelle esportazioni di un Paese, e la partecipazione forward, che cattura invece il VA domestico incorporato nelle esportazioni di altri Paesi.
Le esportazioni espresse in flussi di valore aggiunto mostrano che circa un terzo del valore delle esportazioni agroalimentari italiane si deve al valore aggiunto incorporato in input esteri, confermando un forte grado di integrazione nelle CGV. Nei settori agricoli prevale il valore aggiunto domestico, poiché per definizione la produzione agricola riflette una maggiore dipendenza da fattori produttivi locali. Al contrario, nei comparti dell'industria alimentare la componente estera è più significativa, a causa delle importazioni di materie prime agricole e semilavorati destinati alla trasformazione industriale. La partecipazione forward risulta invece più rilevante per il settore agricolo, indicando un ruolo dell'Italia soprattutto come fornitore di input primari.
Il valore aggiunto di origine statunitense rappresenta circa l'1,8% delle esportazioni agroalimentari italiane, una quota limitata ma diffusa lungo le filiere, mentre il ruolo dell'Italia come fornitore di input per le esportazioni USA rimane marginale.
In conclusione, il settore agroalimentare italiano, anche nella tempesta protezionistica innescata dalla nuova politica tariffaria USA, continua a mostrare una sostanziale tenuta nel breve periodo; tuttavia, risulta quanto mai fondamentale monitorare con attenzione gli sviluppi futuri dello scenario internazionale.
Prof. Fabrizio De Filippis
Esperto di Economia e politiche agroalimentari, Già ordinario di Politica economica presso l'Università Roma Tre
Linda Fioriti, Cesare Meloni
ISMEA - RETE PAC
PianetaPSR numero 152 giugno 2026