
Il CREA PB e il Bio-Distretto Valle del Simeto ETS hanno organizzato una giornata di confronto e tavoli di lavoro tra distretti biologici, imprese agricole, consumatori e attori delle comunità locali per costruire nuove sinergie e progettualità condivise. L'evento, che si è svolto il 26 maggio 2026 a Paternò, in provincia di Catania, ha avuto una doppia valenza: da un lato ha celebrato il decennale della costituzione del biodistretto, una delle esperienze siciliane più longeve e significative di promozione dello sviluppo rurale costruito intorno ai principi dell'agricoltura biologica, promosse da Biodistretti e, dall'altro, nell'ambito del festival di comunità "Facciamo la Valle", ha voluto valorizzare le energie creative e l'ampia capacità di sensibilizzazione e coinvolgimento della comunità simetina, proponendo un confronto costruttivo con altre realtà progettuali regionali e nazionali di tipo partecipativo (distretti biologici, distretti del cibo, rete delle fattorie sociali, GAL, Presidio partecipativo Valle del Simeto).
L'evento è stato patrocinato dal Comune di Paternò, dall'Ordine degli Agronomi e dei Dottori Forestali della Provincia di Catania e dal Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente (Di3A) dell'Università degli Studi di Catania.

Se la mattina ha offerto una panoramica scientifica e divulgativa, dai percorsi e traguardi raggiunti dal Bio-Distretto Valle del Simeto alle esperienze degli altri distretti biologici, dalle attività a supporto dei distretti biologici svolte dal CREA nell'ambito della Rete PAC agli approfondimenti tematici sull'agroecologia, l'agricoltura sociale e l'inclusione territoriale, il pomeriggio ha visto un approccio fortemente operativo incentrato su tre tematiche specifiche - pratiche agricole e uso sostenibile delle risorse naturali, filiere corte, convergenze tra strategie integrate di sviluppo locale - con i rappresentanti dei distretti biologici, imprese agricole, agronomi, consumatori e attori delle comunità locali riuniti in tavoli di lavoro co-progettuali. I tavoli sono stati coordinati dai ricercatori del CREA e dagli attivisti del biodistretto Valle del Simeto, i quali, oltre alla motivazione sociale e ambientale, possiedono competenze tecnico-scientifiche elevate e specifiche in determinati ambiti.
La numerosa partecipazione all'evento ha confermato che la transizione ecologica e l'agricoltura biologica partecipativa, ovvero basata sul coinvolgimento diretto e attivo di tutti gli attori della filiera nei processi di produzione, controllo e valorizzazione dei prodotti, rappresentano modelli di sviluppo territoriali solidi, replicabili e pronti a guidare la crescita delle aree urbano-rurali del Paese in chiave di sostenibilità ambientale, economica e sociale.
L'azione dei distretti biologici, infatti, non si limita all'incremento delle superfici coltivate con metodo biologico, ma si estende a una più ampia trasformazione dei sistemi territoriali. L'agricoltura biologica, di fatto, contribuisce a rafforzare la competitività sostenibile e a lungo termine delle aree rurali, favorendo la creazione di occupazione qualificata, in particolare per i giovani, e promuovendo forme innovative di governance territoriale.
In tale prospettiva, si inserisce anche l'azione del Coordinamento Agroecologia Sicilia, di cui ha parlato il presidente Guido Bissanti, impegnato nella promozione della transizione agroecologica attraverso attività di formazione, elaborazione di proposte normative e iniziative di supporto alle aziende agricole e alle filiere locali, con l'obiettivo di diffondere modelli produttivi sostenibili e rafforzare la rete degli attori territoriali. In pieno spirito agroecologico, i biodistretti attivano processi di valorizzazione integrata delle risorse locali, mettendo a sistema paesaggio, produzioni agricole, patrimonio culturale e tradizioni, e sostenendo modelli di sviluppo fondati su innovazione, inclusione e multifunzionalità.
Come evidenziato da Salvatore Cacciola, presidente della Rete Nazionale delle Fattorie sociali Sicilia, i biodistretti possono svolgere un importante ruolo nel promuovere esperienze di agricoltura sociale, intese come forme di diversificazione agricola che integrano produzione, inclusione e servizi alla comunità, contribuendo alla creazione di valore sociale oltre che economico. Si tratta di pratiche che si fondano, infatti, su reti multi-attore e su una forte integrazione tra imprese agricole, servizi pubblici, terzo settore e comunità locali, configurandosi come dispositivi di innovazione sociale e di welfare territoriale.
Il percorso del Bio Distretto Valle del Simeto affonda le radici in un'esperienza di mobilitazione dal basso avviata nei primi anni Duemila, quando la comunità locale si è attivata per la tutela del territorio minacciato dalla costruzione di un inceneritore di rifiuti a ridosso del fiume Simeto, dando vita a un processo partecipativo culminato nel Patto di Fiume Simeto. Si è formato, pertanto, un modello di governance partecipata che ha implementato un piano di sviluppo sostenibile dal basso, proattivo e ispirato ai principi di solidarietà sociale ed economia circolare che ha generato, in modo del tutto spontaneo, la promozione e successiva costituzione del biodistretto.
Promuovendo la collaborazione tra cittadini, istituzioni, mondo della ricerca e imprese, nel corso degli anni il biodistretto ha adottato un approccio transdisciplinare, basato sui valori della giustizia sociale e ambientale, combinando sviluppo locale e innovazione sociale. Tale approccio, supportato dalla collaborazione costante con AIAB e con il Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell'Università degli Studi di Catania, ha consentito di superare anche fasi di criticità e processi di riorganizzazione che ne hanno comunque rafforzato la capacità progettuale.
Oggi il Bio Distretto Valle del Simeto rappresenta una realtà consolidata che coinvolge 24 Comuni, 25 aziende agricole per 650 ettari di superficie biologica, impegnata nello sviluppo di filiere locali sostenibili e nell'ampliamento del paniere di prodotti, nella promozione dell'agricoltura biologica e nella costruzione di nuove progettualità partecipate (riorganizzazione del GAS, proposta di un marchio d'area per la filiera locale ed etica, consolidamento di attività di educazione alimentare nelle scuole per coinvolgere soci consumatori), confermandosi come un laboratorio territoriale di innovazione sociale e agroecologica.
Accomunati dalla centralità dell'identità territoriale e del biologico come leva di sviluppo integrato, i distretti biologici siciliani mostrano una notevole eterogeneità nei loro percorsi di sviluppo ma anche elementi comuni in termini di modelli organizzativi, approcci partecipativi e criticità riscontrate. In alcuni distretti biologici (Valle dei Templi, Monti Iblei) è molto forte l'impulso dalla società civile, delle associazioni e dei produttori locali, con un'elevata partecipazione territoriale (approccio bottom-up). In altri contesti territoriali (Monti Erei) prevale la collaborazione tra enti locali, imprese agricole e attori della ricerca (approccio misto pubblico-privato). Il distretto biologico Bio Slow Food Pane e Olio rappresenta, invece, un modello tematico/identitario focalizzato sulla valorizzazione di produzioni specifiche del territorio. I biodistretti operano comunque su più dimensioni, dalle filiere corte all'educazione alimentare e ambientale, dai progetti di ricerca e innovazione agroecologica (Valle dei Templi) alle reti di economia solidale e in alcuni casi emerge una forte integrazione con il turismo e la tutela del paesaggio (Monti Iblei).
Nonostante le buone pratiche, emergono diverse criticità trasversali, dalla debolezza strutturale e organizzativa alla difficoltà nel consolidamento della governance, dalla dipendenza da singoli promotori o leader locali alla scarsa continuità operativa, dalle limitate risorse finanziarie alle difficoltà di coordinamento territoriale e di filiera.
Guardando fuori regione, i distretti biologici intervenuti ai lavori della mattina hanno portato le loro esperienze fortemente incentrate sulla cooperazione tra gli attori del territorio legate a percorsi di sviluppo riconducibili alle tre tematiche affrontate nelle tavole rotonde del pomeriggio.
Nel Biodistretto dei Laghi di Bracciano e Martignano (Lazio) la cooperazione si sviluppa in una logica multi-attore e intersettoriale orientata alla gestione integrata del territorio, con particolare attenzione alla tutela delle risorse naturali (acqua, paesaggio) e al contrasto ai cambiamenti climatici, quest'ultimo affrontato con le altre realtà distrettuali regionali attraverso la costituzione di un Tavolo di Lavoro sui Cambiamenti Climatici dei Biodistretti del Lazio.
Nel Distretto del Cibo Bio-Calabria di Copanello, focalizzato su integrazione di filiera (imprese, gruppi di acquisto solidale, ristorazione locale), turismo rurale e sviluppo economico, la cooperazione mira a rafforzare un modello territoriale integrato basato sull'economia circolare per la rigenerazione del paesaggio, dell'economia e delle comunità rurali della Calabria centrale, puntando a diventare una comunità energetica rurale per produrre e condividere energia pulita.
Infine, il Distretto Parma Bio Valley, pensato come rete attiva tra agricoltori, operatori della filiera agroalimentare e istituzioni locali per valorizzare le produzioni biologiche e agroecologiche "dal campo alla tavola", rappresenta un modello avanzato di cooperazione, basato su una forte sinergia tra agricoltura, industria agroalimentare, ricerca e istituzioni. I punti di forza sono la trasformazione Food Farm 4.0 della filiera locale del grano biologico con il marchio Parma Bio Valley - che garantisce un prezzo equo per il prodotto e crea sinergie tra i vari componenti della filiera - e la Garanzia partecipata del Distretto di Economia Solidale dove la conformità alle pratiche sostenibili è verificata tramite visite in campo da parte della comunità.

Nel corso della sessione plenaria sono state presentate le principali attività di supporto della Rete PAC 2025-2027 ai distretti biologici, espressione di governance locale e soggetti chiave per lo sviluppo sostenibile dei territori, in grado di coniugare produzione agricola biologica, tutela dell'ambiente, coesione sociale e valorizzazione delle identità locali.
Presenti in 16 Regioni italiane, i distretti biologici - se ne contano 80 e riguardano circa il 30% del territorio nazionale - rappresentano realtà oramai affermate anche grazie all'approvazione della legge 9 marzo 2022, n. 23 che ha dato loro un riconoscimento normativo.
La Rete PAC, oltre ad assicurare un supporto tecnico, opera per mettere in connessione ricercatori, agricoltori, istituzioni e comunità locali, intervenendo sui temi strategici della sostenibilità, dell'innovazione e dello sviluppo locale. In tale ambito, le attività condotte dal CREA a supporto dei distretti biologici nella Scheda 05.11 DIBIO - Osservatorio dei distretti biologici per l'analisi e la condivisione di pratiche (Osservatorio 5 - Sviluppo locale, dinamiche socioeconomiche territoriali), contribuiscono ad accompagnare questi processi territoriali attraverso azioni di analisi, monitoraggio e networking dei distretti biologici, realizzate mediante l'indagine permanente, nonché attraverso iniziative volte a rafforzare le relazioni tra i territori, migliorare la conoscenza dei modelli organizzativi e promuovere la diffusione di buone pratiche.
A queste si aggiungono le attività previste nella scheda CR 03.08 VALBIO - La valorizzazione dei prodotti biologici nei biodistretti (Osservatorio 3 - Agricoltura, dinamiche settoriali e di filiera), finalizzate ad analizzare, monitorare e diffondere le forme di valorizzazione e commercializzazione dei prodotti biologici dei biodistretti.
L'azione di supporto della Rete PAC risulta pertanto finalizzata a rinnovare il ruolo dell'agricoltura, rafforzare le economie rurali e creare condizioni di sviluppo più solide e inclusive, contribuendo a consolidare il ruolo dei biodistretti come strumenti di governance territoriale partecipativa e leve strategiche per la transizione agroecologica delle economie locali.
La sessione pomeridiana è stata aperta da Paolo Guarnaccia del Dipartimento Di3A dell'Università di Catania che ha sottolineato la necessità di ridurre gli intermediari tra produttore e consumatore per rafforzare il ruolo dei piccoli produttori locali e per giungere a una più equa distribuzione del valore lungo la filiera. Guarnaccia ha inoltre evidenziato il ruolo chiave dei biodistretti nel rimodellare il sistema agroalimentare locale.
Produttori, operatori e attori delle comunità locali dei distretti biologici e di altre espressioni di sviluppo locale partecipativo si sono quindi riuniti in tre tavoli di lavoro per condividere idee e creare nuove progettualità e collaborazioni. L'obiettivo pratico è stato quello di abbandonare la logica dell'isolamento territoriale e aziendale, per costruire nuove sinergie e filiere integrate.
Nel tavolo "Progettualità condivise tra biodistretti" si è discusso della necessità di "accorciare le distanze" tra le diverse espressioni dei distretti biologici per un confronto costruttivo e collaborativo, alla ricerca di soluzioni da condividere ed esperienze su cui confrontarsi su obiettivi comuni quali l'aumento della superficie biologica, la costruzione di filiere corte, la salvaguardia ambientale, la valorizzazione culturale, lo sviluppo economico delle aree rurali. Un processo in alcuni casi già sperimentato, anche tra distretti biologici di regioni diverse, che presenta ancora ampi margini di valorizzazione, come emerso nel corso della giornata. Si tratta di un modello che può essere riproposto, in modo strutturato, avvalendosi, ad esempio, di strumenti quali il portale dell'Indagine permanente sui distretti biologici in Italia nato con l'intento di far conoscere le loro attività e i loro progetti e diffondere le buone pratiche. Confronto e raccordo sono elementi chiave che, come evidenziato dal gruppo di lavoro, dovrebbero riguardare anche la pianificazione strategica attuata, nelle stesse comunità e territori, da altri soggetti come i Gruppi di Azione Locale nell'ambito di iniziative del LEADER e i Distretti del Cibo, ma anche la Rete delle Fattorie sociali, utili per colmare carenze di competenze organizzative e manageriali ma anche per intercettare eventuali sovrapposizioni e incoerenze.
Il tavolo "Filiera sostenibile ed etica e coinvolgimento della comunità" si è focalizzato sulle barriere e i fattori abilitanti per creare e consolidare le filiere locali dei prodotti agroalimentari e loro commercializzazione. Un elemento di criticità emerso è la difficoltà nel collocare le produzioni locali nelle realtà distrettuali, sebbene siano attivi GAS e mercatini di vendita. Sul lato dell'offerta sono emerse criticità legate all'organizzazione e alla logistica, mentre sul lato della domanda si riscontra sia la poca disponibilità dei consumatori a pagare prezzi più alti del convenzionale sia una scarsa fiducia nel marchio biologico e conoscenza dei suoi attributi rispetto ad altri marchi. Inoltre, è emerso come i consumatori locali spesso non sanno di trovarsi all'interno di un biodistretto e non hanno conoscenza di ciò che viene prodotto. Sono emerse anche esperienze positive quali possibili leve di marketing per i prodotti locali biologici dei biodistretti come l'educazione alimentare presso le scuole per coinvolgere soci consumatori, i sistemi di certificazione partecipativa dei prodotti biologici con il marchio del distretto e progetti condivisi di promozione turistica e rurale.
Dal tavolo "Servizi agrotecnici e innovazione per lo sviluppo locale", dedicato alle pratiche agroecologiche, è emersa l'importanza di integrare sostenibilità e redditività attraverso la diversificazione delle produzioni e delle funzioni aziendali, la rigenerazione della fertilità e della biodiversità del suolo e l'adattamento ai cambiamenti climatici con soluzioni contestualizzate alle specificità territoriali. È stata inoltre evidenziata la necessità di rafforzare i servizi di assistenza tecnica e formazione, sia in ambito agronomico che gestionale, per accompagnare le aziende nella transizione agroecologica, sviluppare competenze professionali e migliorare la capacità di comunicazione e commercializzazione dei prodotti. Infine, la cooperazione è stata riconosciuta come elemento chiave per lo sviluppo dei biodistretti non solo per la costruzione di filiere organizzate e marchi territoriali ma anche per la gestione di servizi condivisi e una maggiore integrazione tra aziende, ricerca e territori, anche nell'ottica di favorire l'innovazione e creare nuove opportunità economiche e occupazionali.
Le esperienze presentate mostrano realtà virtuose e altre imperfette, dove le sfide da affrontare riguardano soprattutto il rafforzamento della competitività delle imprese biologiche, l'accesso ai mercati e la costruzione di reti efficienti. Un elemento cruciale, comune ai distretti biologici, è la necessità di investire in formazione e innovazione per avanzare nel processo di transizione agroecologica e sensibilizzare la comunità verso stili di consumo sani, etici e consapevoli.
Nelle realtà progettuali partecipate l'assunto emerso è che una visione strategica condivisa finalizzata all'integrazione tra agricoltura biologica, valorizzazione delle risorse culturali, tradizionali e paesaggistiche trova spinta propulsiva nel forte radicamento territoriale, nella partecipazione attiva degli attori locali, nella presenza di competenze tecniche qualificate e nella capacità di costruire reti sociali, inclusive ed etiche.
Alessandra Vaccaro, Sabrina Giuca
CREA PB
PianetaPSR numero 152 giugno 2026