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Turismo

Dalla rilevazione alla pratica: strumenti e metodi per progettare il turismo rurale tra agriturismo, enogastronomia e ambiente

Se ne è discusso nel corso di un workshop organizzato dalla Rete PAC.

Il terzo workshop del ciclo di incontri della Rete PAC dedicati al turismo rurale ha posto al centro una questione decisiva: quali accorgimenti adottare per progettare nel turismo rurale. Se nei precedenti appuntamenti il focus era stato sulle fonti statistiche e relativa disponibilità dei dati (26 marzo), e sulle strutture (Osservatori) chiamati a monitorare i flussi e orientare le scelte dei territori (14 aprile), nell'incontro del 20 maggio l'attenzione si è spostata sul fronte della progettazione e relative metodologie applicabili: come si costruisce un progetto di turismo rurale, come si interpretano i target, come si valutano sostenibilità e impatti, come si trasformano le informazioni in scelte operative.

Una prima prospettiva è quella presentata da Carlo Hausmann nel campo della multifunzionalità agricola, dove il punto di partenza è l'azienda. In questo approccio, la progettazione non consiste nel replicare modelli di successo già visti altrove, ma nel costruire un'offerta coerente con le risorse disponibili, con le capacità organizzative e con il microcontesto territoriale. La metodologia proposta è, innanzitutto, realistica e selettiva: occorre valutare con attenzione costi e ricavi, tenendo conto non solo delle spese dirette, ma anche del lavoro interno all'azienda, spesso sottostimato. A questo si aggiunge la necessità di considerare i limiti organizzativi, in una fase storica in cui la disponibilità di risorse umane rappresenta uno dei principali vincoli allo sviluppo. Un altro passaggio fondamentale riguarda la mappatura delle possibili componenti dell'offerta: accoglienza, ristorazione, attività agricole fruibili, benessere, spazi aperti, laboratori, sport, famiglie, relazioni con il contesto esterno. Tuttavia, è bene tener presente che non esistono format standard da applicare: ogni impresa deve interrogarsi su cosa può offrire davvero, su quali attività può sostenere nel tempo, su come può costruire accordi stabili con il territorio. Inoltre, la lettura della domanda risulta particolarmente rilevante in un contesto così composito e variegato: a tal proposito è utile procedere alla segmentazione dei target, costruita come una vera e propria mappa dei diversi profili di utenza. Non si tratta quindi di distinguere semplicemente tra italiani e stranieri, o tra famiglie e coppie, ma di comprendere in modo più profondo le motivazioni del soggiorno: ricerca di tranquillità, bisogno di rassicurazione, desiderio di fare esperienze autentiche, interesse per la natura, curiosità per prodotti e tradizioni locali, voglia di apprendere abilità nuove. Per la progettazione, ciò si traduce nella necessità di allineare offerta, narrazione e target, evitando dispersioni.


Il secondo intervento, presentato da Roberta Garibaldi e Andrea Pozzi, ha riguardato il turismo enogastronomico, una delle espressioni più consolidate e promettenti del turismo rurale. L'approccio adottato è quello del data-driven, il quale si fonda sulla combinazione di più livelli di analisi. Da un lato vi è lo studio della domanda, attraverso dati quantitativi e trend di mercato; dall'altro la mappatura dell'offerta, delle pratiche esistenti e delle esperienze già consolidate. A questi elementi si aggiungono l'analisi delle buone pratiche, il confronto con esperti e l'osservazione delle trasformazioni nei comportamenti dei visitatori. L'aspetto più interessante di questa metodologia è la sua natura mista: non si limita cioè a misurare il fenomeno, ma integra strumenti quantitativi e qualitativi per arrivare a una lettura più completa. Il dato serve non solo a dire "quanto vale" il turismo enogastronomico, ma anche a comprendere quali prodotti funzionano, quali esperienze rispondono meglio alla domanda, quali leve possono orientare investimenti e strategie. In questo senso, la metodologia presentata è esemplare perché mostra come i dati possano diventare strumento operativo, utile tanto agli operatori quanto ai decisori pubblici. 

La terza dimensione affrontata nel workshop riguarda il rapporto tra turismo rurale e ambiente. Giovanni Finocchiaro (ISPRA) sottolinea che il turismo non può essere letto solo in termini di flussi o presenze, ma va considerato anche per i suoi effetti sui territori e sulle risorse. La metodologia proposta in questo ambito è fondata sull'uso di indicatori ambientali capaci di misurare non solo il fenomeno turistico, ma anche le pressioni che esso esercita su acqua, energia, mobilità, rifiuti, suolo e servizi locali. Questo è particolarmente importante nei contesti rurali, dove anche numeri apparentemente contenuti possono generare impatti significativi, soprattutto in aree fragili o caratterizzate da bassa densità insediativa. Il passaggio metodologico più interessante è quello che porta dagli indicatori di sistema agli indicatori di progetto. Non basta infatti descrivere le criticità di un territorio: occorre verificare se le azioni messe in campo producono effetti misurabili. In questa prospettiva, il dato ambientale non è solo conoscenza, ma diventa strumento di valutazione e di governance, capace di orientare le politiche e di dare concretezza alla nozione di sostenibilità. È un approccio che invita anche a superare letture superficiali del turismo "green": la sostenibilità non può essere un'etichetta, ma deve essere sostenuta da elementi osservabili e verificabili.

La seconda parte del workshop è stata dedicata alle testimonianze territoriali che hanno raccontato concretamente il passaggio dalla lettura del territorio alla progettazione. Il caso illustrato dal Presidente del GAL Costa dei Trabocchi (Roberto Di Vincenzo) ha evidenziato un approccio sistemico, in cui la mobilità lenta diventa il perno per organizzare un'offerta integrata di servizi, esperienze e relazioni territoriali. Un approccio sistemico che si basa, a monte, sull'individuazione delle differenti fonti statistiche utili all'idea progettuale, da utilizzare in maniera integrata. L'esperienza dell'oleoturismo nel Lazio, presentata dal titolare dell'Agriturismo Torrino dei Gelsi, Livio Terilli, ha invece messo in luce un metodo più partecipato, fondato sul coinvolgimento diretto degli operatori e sulla trasformazione di una produzione agricola identitaria in esperienza turistica. Un ulteriore modello è quello delle piattaforme digitali di esperienze, come nel caso delle Cesarine (presentato dall'imprenditore Davide Maggi), dove la tecnologia svolge una funzione di mediazione tra domanda e ospitalità diffusa, valorizzando patrimoni immateriali e micro esperienze locali. Il contributo di Andrea Nicoletti di Legambiente, inoltre, ha introdotto una prospettiva centrata sugli indicatori ambientali e sulla misurazione degli impatti, richiamando l'attenzione sulla necessità di valutare la sostenibilità reale dei progetti. Infine, dall'esperienza presentata dalla direttrice del GAL Oglio Po Giuseppina Botti è emersa una realtà territoriale in cui le attività turistiche stanno prendendo piede gradualmente, puntando sul sostegno alla creazione di reti e allo strumento di cooperazione intercomunale seguito dalla valorizzazione progressiva delle risorse. Nel loro insieme, queste testimonianze confermano che il turismo rurale non si sviluppa secondo modelli uniformi, ma attraverso percorsi adattivi che combinano dati, attori e capacità di governance.


Più che proporre una definizione univoca di turismo rurale, il workshop ha offerto una chiave di lavoro: leggere la complessità per progettare meglio. Ed è forse questo il passaggio più rilevante anche per le politiche pubbliche: sostenere non modelli standard, ma capacità di analisi, adattamento e integrazione, indispensabili per accompagnare uno sviluppo territoriale realmente sostenibile.

 

Annalisa Del Prete e Catia Zumpano 
CREA PB

 
 

PianetaPSR numero 152 giugno 2026