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Sardegna
Ricambio generazionale

Sardegna, Comunità di pratica per la sostenibilità dell'agricoltura in area montana: come trasformare criticità diffuse in azioni condivise

Gli obiettivi del progetto INN-Pratica, finanziato dal Programma Interreg Marittimo Italia-Francia 2021-2027.

L'agricoltura di montagna in Sardegna è un sistema complesso e fortemente radicato nelle caratteristiche ambientali, culturali e sociali dei territori interni: contribuisce alla produzione, ma anche al presidio del paesaggio, alla custodia della biodiversità e alla coesione delle comunità locali. Allo stesso tempo, questo sistema deve confrontarsi con criticità strutturali - isolamento geografico, frammentazione delle filiere, difficoltà di accesso ai mercati e ai servizi, assenza di ricambio generazionale e crescente vulnerabilità climatica - che rendono sempre meno efficaci interventi settoriali e frammentati. 

In questo quadro si colloca il percorso di costruzione di una Comunità di Pratica dedicata alla sostenibilità dell'agricoltura di montagna in Sardegna, nell'ambito del progetto INN-Pratica, finanziato dal Programma Interreg Marittimo Italia-Francia 2021-2027. Il percorso ha inteso creare uno spazio di confronto strutturato capace di valorizzare il contributo degli attori locali e di tradurre il dialogo in azioni concrete e realistiche, ponendo le basi per una collaborazione più stabile e duratura. Il percorso è stato progettato e coordinato dall'Agenzia LAORE Sardegna nell'ambito delle attività del progetto INN-Pratica. In tale contesto, LAORE ha svolto il ruolo di soggetto facilitatore e animatore territoriale, curando l'organizzazione dei tavoli, la raccolta e sistematizzazione dei contributi emersi, la restituzione degli esiti e la costruzione progressiva del dialogo tra imprese, consulenti, istituzioni, ricerca e altri attori locali, con il supporto tecnico e scientifico di Rurinnova Srl Società Benefit (impresa spin-off della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa). Questa funzione di intermediazione ha consentito di trasformare il confronto tra soggetti diversi in un processo strutturato di apprendimento collettivo e definizione condivisa delle priorità.

L'interesse del caso sta nel mostrare come un percorso partecipativo strutturato possa trasformare un insieme disperso di criticità, aspettative e conoscenze locali in una base condivisa di lavoro, in priorità selezionate collettivamente e, infine, in prime ipotesi di azione. Già nel primo tavolo, infatti, il sistema agricolo montano è emerso come un ambito in cui qualità delle produzioni, biodiversità, filiere corte, turismo rurale e artigianato convivono con problemi ricorrenti quali frammentazione delle imprese, limiti infrastrutturali, accesso complesso al credito e scarso ricambio generazionale.

L'ipotesi di partenza era semplice: in un contesto di questo tipo, segnato da forte interdipendenza tra dimensione ambientale, economica e sociale, interventi isolati o puramente settoriali rischiano di essere poco efficaci. Da qui la scelta di attivare non una consultazione episodica, ma uno spazio di confronto progressivo tra imprese, consulenti, agenzie settoriali, servizi, ricerca e altri attori territoriali, orientato non solo a discutere problemi, ma a costruire un terreno comune per affrontarli. Il cuore del percorso è stato quindi la Comunità di Pratica intesa come dispositivo di apprendimento e innovazione condivisa, esplicitamente presentata fin dall'avvio come l'ossatura metodologica di incontri tematici.

1. La cornice metodologica: che cos'è una Comunità di Pratica

La Comunità di Pratica è assunta come una vera e propria cornice metodologica. La letteratura di riferimento la definisce come una partnership di apprendimento sostenuta nel tempo: un gruppo di persone che interagisce con regolarità per migliorare, individualmente e collettivamente, una pratica condivisa. In questa prospettiva, una Comunità di Pratica funziona quando tiene insieme tre elementi: un dominio riconoscibile, cioè un'area di lavoro e di interesse in cui le persone possano identificarsi; una comunità, fatta di relazioni, fiducia e disponibilità a investire nello scambio; e una pratica, cioè un insieme di problemi concreti, esperienze, tentativi e soluzioni che rendono utile continuare a confrontarsi. La logica non è quella di applicare una formula, ma di costruire passo dopo passo un processo che produca valore per chi partecipa. 

Nel caso sardo, questa impostazione è stata tradotta in modo molto operativo. Il percorso è stato infatti costruito attorno a pochi principi chiave: confronto tra pari, valorizzazione delle conoscenze locali e delle esperienze pratiche, gradualità nel passaggio dall'analisi delle criticità alla definizione di soluzioni e restituzione continua degli esiti intermedi. Non si tratta di dettagli procedurali, ma di condizioni metodologiche essenziali: proprio questa impostazione ha permesso di creare un linguaggio comune e di rafforzare la fiducia tra i soggetti coinvolti, due condizioni indispensabili quando si affrontano problemi complessi in contesti territoriali frammentati.

2. Un percorso partecipativo strutturato e progressivo

La Comunità di Pratica regionale ha preso forma attraverso lo sviluppo di tavoli partecipati realizzati tra ottobre e dicembre 2025 in diversi comuni nel territorio montano tra Nuoro e Fonni. Il primo tavolo ha avuto una funzione esplorativa e di allineamento; il secondo ha trasformato il confronto iniziale in un lavoro di selezione e definizione di indicatori tematici; i tavoli successivi hanno verificato le priorità in ambiti concreti, come la ristorazione collettiva, traducendo gli indicatori in azioni e ipotesi di collaborazione. In altri termini, il percorso ha seguito una traiettoria che va dall'ascolto alla strutturazione, dalla strutturazione alla prova di realtà, e da qui alla formulazione di interventi considerati realistici dai partecipanti.

Questa progressione è stata resa possibile anche dall'uso di strumenti semplici ma decisivi: lavagne tematiche, post-it, restituzioni grafiche, votazioni partecipate, momenti di sintesi plenaria e possibilità di partecipazione da remoto. Nel primo incontro, ad esempio, le risposte dei partecipanti sono state raccolte e organizzate su lavagne relative a sfide, risorse, valori e visioni future, rendendo immediatamente visibili convergenze e divergenze e producendo una prima mappa del problema. Nei tavoli successivi, gli stessi dispositivi sono stati utilizzati per selezionare temi, visualizzare gli esiti, riorganizzare le priorità e accompagnare il passaggio verso proposte più strutturate. In questo senso, gli strumenti partecipativi non hanno avuto solo una funzione espressiva, ma hanno contribuito a rendere cumulativo il processo.

Anche la composizione della partecipazione conferma il carattere multi-attore del percorso. Nel complesso, i tavoli hanno registrato 176 presenze: il 32% riconducibile a imprese agricole e PMI, il 33% a consulenti e fornitori di beni o servizi, il 18% ad agenzie settoriali; quote più contenute hanno riguardato gruppi di interesse, organizzazioni di servizi alle imprese, enti di ricerca, autorità pubbliche e istituti di istruzione. Più che un dato di affluenza, questo profilo segnala che il confronto si è sviluppato dentro un ecosistema territoriale articolato, in cui produzione, assistenza tecnica, istituzioni e conoscenza hanno potuto interagire nello stesso spazio.

3. Dalle criticità diffuse alle priorità condivise

Uno degli esiti più interessanti del percorso è stato il passaggio da una pluralità di problemi percepiti a una mappa di priorità condivise. Questo passaggio è stato particolarmente evidente nel secondo tavolo, quando il confronto è stato organizzato attorno a 28 indicatori tematici distribuiti tra dimensione ambientale, sociale ed economica. Non tutte le criticità emerse nel primo incontro sono state trasformate in priorità operative: alcuni temi, pur riconosciuti come importanti (per esempio, certi limiti infrastrutturali o di servizio) sono stati lasciati sullo sfondo perché difficilmente governabili direttamente dalla comunità nel breve periodo. La selezione ha quindi risposto a un criterio di concretezza: concentrare il lavoro su ambiti in cui il confronto collettivo potesse plausibilmente orientare l'azione.

Gli indicatori prioritari selezionati mostrano bene la natura integrata del problema. Sul piano ambientale sono emersi con forza la tutela delle razze autoctone e delle varietà locali, l'uso di energie rinnovabili e l'efficienza idrica. Sul piano sociale, la partecipazione dei giovani, le reti o associazioni di produttori, la formazione e le visite aziendali, l'agricoltura sociale o terapeutica. Sul piano economico, la vendita diretta, l'accesso a bandi e finanziamenti e la capacità di attrarre turismo rurale. Più ancora dei singoli temi, è rilevante il fatto che i partecipanti abbiano riconosciuto fin da subito che questi indicatori sono strettamente correlati: agire su uno può produrre effetti positivi anche sugli altri.

Le discussioni del secondo tavolo aiutano anche a capire meglio il contenuto di queste priorità. Sul fronte sociale è emersa la necessità di rafforzare il legame con le scuole, di costruire reti di persone e produttori attorno a obiettivi comuni e di differenziare meglio la formazione tra giovani e adulti. Sul fronte economico sono emerse con chiarezza le difficoltà di accesso alle informazioni su bandi e norme, la necessità di un supporto consulenziale più efficace; sul turismo è stata ribadita l'importanza di una relazione più forte tra costa e montagna, ma senza ignorare i rischi della turistificazione. Sul fronte ambientale, la discussione ha legato la tutela della biodiversità animale e vegetale alle comunità energetiche, al biogas e alla gestione dell'acqua, mostrando ancora una volta quanto le diverse dimensioni della sostenibilità siano intrecciate.

4. La ristorazione collettiva come banco di prova

La volontà condivisa di sviluppare un tavolo dedicato alla ristorazione collettiva ha rappresentato il passaggio forse più originale del percorso. Invece di proseguire in astratto sulla lista delle priorità, la Comunità di Pratica ha scelto di sviluppare in maniera approfondita un ambito specifico: la ristorazione collettiva come leva di promozione dei prodotti di montagna. Questa scelta ha avuto un valore metodologico evidente, perché ha costretto il confronto a misurarsi con un problema concreto, in cui domanda e offerta, produzione agricola, servizi, capitolati pubblici, logistica ed educazione alimentare si incontrano davvero.

Il confronto ha fatto emergere una lettura condivisa: la ristorazione collettiva è percepita come una leva strategica per valorizzare le produzioni di montagna e sostenere le economie locali, ma la sua attivazione incontra ostacoli operativi, economici, normativi e culturali strettamente interconnessi. Le imprese agricole montane, spesso piccole e frammentate, faticano a garantire quantità, continuità e affidabilità delle forniture; la logistica è complessa; i costi di produzione sono più elevati; i capitolati di gara e i criteri di acquisto risultano spesso poco coerenti con le specificità dei territori montani. Il tema, quindi, non è la mancanza di interesse verso i prodotti locali, ma la difficoltà di costruire condizioni organizzative e istituzionali che li rendano davvero praticabili dentro i servizi di ristorazione.

Proprio per questo, le azioni prioritarie che hanno raccolto maggiore consenso non sono state le più tecniche, ma quelle considerate più strutturali: rafforzare l'educazione alimentare, garantire maggiore stabilità agli appalti della ristorazione collettiva e costruire sinergie più solide tra imprese agricole, GAL, servizi tecnici e sanitari, pubbliche amministrazioni e operatori della ristorazione. È un passaggio rilevante, perché mostra che la Comunità di Pratica non ha prodotto un semplice elenco di desiderata, ma ha iniziato a individuare i nodi di sistema su cui intervenire per rendere più credibili e stabili le soluzioni.

5. Dalle priorità alle azioni

Nel corso dello sviluppo della Comunità, gli indicatori selezionati sono stati trasformati in una prima agenda di azioni, assumendo esplicitamente gli indicatori stessi come una "bussola" per il lavoro comune. L'obiettivo non era produrre un piano chiuso, ma individuare strategie realistiche e condivise nel medio-breve periodo. In questa fase, il confronto si è organizzato attorno ai tre blocchi della sostenibilità - ambientale, sociale ed economico - chiedendo ai partecipanti di passare dal riconoscimento del problema alla formulazione di possibili interventi.

Sul piano ambientale, le azioni emerse hanno riguardato la caratterizzazione delle produzioni locali, il coinvolgimento di agricoltori e allevatori custodi, il rafforzamento del supporto tecnico-scientifico, la promozione di comunità energetiche e piccoli impianti condivisi, il riuso di superfici esistenti e una gestione più coordinata delle risorse idriche. Sul piano sociale, l'attenzione si è concentrata su autoimprenditorialità giovanile, formazione mirata, esperienze pratiche e dimostrative, reti tra produttori, dialogo con scuole e ricerca e iniziative di agricoltura sociale. Sul piano economico, il lavoro ha prodotto azioni rivolte al rafforzamento delle filiere corte e della vendita diretta, alla valorizzazione di mercati contadini e spacci aziendali, alla costruzione di aggregazioni stabili, all'accesso a bandi e finanziamenti e allo sviluppo di un turismo rurale integrato e sostenibile.

L'aspetto forse più significativo è che queste azioni non sono state pensate come misure indipendenti. Al contrario, l'intero percorso ha restituito l'immagine di un territorio che ha iniziato a riconoscersi come sistema complesso e interdipendente, nel quale le dimensioni ambientale, sociale ed economica non possono essere affrontate separatamente. La discussione sulla ristorazione collettiva aveva già mostrato con chiarezza che le azioni più efficaci sono quelle che si rafforzano reciprocamente; gli altri tavoli hanno consolidato questa impostazione, traducendola in un insieme coerente di azioni e collaborazioni possibili.

6. Un'esperienza che lascia un metodo, non solo un elenco di proposte

L'interesse del caso sardo non risiede soltanto nei contenuti emersi, ma anche nel modo in cui questi contenuti sono stati prodotti. Il percorso ha consentito di far emergere conoscenze tacite, valorizzare competenze diverse, costruire una visione condivisa e trasformare il confronto in un primo orientamento strategico comune. In questo senso, l'esito più rilevante non è solo l'elenco delle azioni individuate, ma la capacità collettiva che il percorso ha iniziato a costruire: una capacità di leggere i problemi in modo integrato, di selezionare priorità realistiche e di organizzare un confronto continuativo tra soggetti diversi.

Per questo, la Comunità di Pratica può essere letta non tanto come un prodotto concluso, ma come una forma di apprendimento organizzato che acquista valore se continua a essere utile ai suoi membri. Le esperienze passate, consolidate nella letteratura scientifica, insistono proprio su questo punto: ciò che tiene insieme una Comunità di Pratica non è la semplice ripetizione di incontri, ma la possibilità di lavorare su problemi condivisi, di tornare sui temi già affrontati e di far evolvere insieme la pratica. Nel caso sardo, l'avvio ha mostrato che questa direzione è percorribile. La sfida, ora, è capire come dare continuità a questa capacità di confronto e di coordinamento anche oltre il tempo delimitato del progetto, così da accompagnare l'attuazione delle azioni emerse e rendere il metodo trasferibile ad altri territori rurali e montani.

 

Autori (ordine alfabetico): Andrea Cerimele1; Anna Lallai1; Ciriaco Loddo1; Antonio Maccioni1; Francesco Menneas1; Federica Mura2; Sandro Murgia1; Marco Pilloni2; Andrea Saba2, 3; Andrea Sanna2; Consolata Talanas1; Andrea Carolina Zúniga Sierra2


1 Servizio Sviluppo rurale, Agenzia LAORE Sardegna
2 Rurinnova Srl Società Benefit
3 Scuola Universitaria Superiore Sant'Anna, Pisa

 
 

PianetaPSR numero 152 giugno 2026