
La Strategia europea "Right to Stay, Your Region, Your Future" nasce per affrontare le disuguaglianze territoriali, demografiche e sociali che attraversano molte regioni dell'Unione. Il suo punto di partenza è semplice, ma tutt'altro che scontato: restare in un luogo, oppure sceglierlo come spazio di vita, deve poter dipendere da una possibilità concreta e non dall'assenza di alternative. La Commissione ha avviato il percorso preparatorio il 6 maggio 2026, in vista dell'iniziativa prevista entro la fine dell'anno.
Nel contesto italiano, il tema assume particolare rilievo per il peso che i divari territoriali continuano ad avere nelle aree rurali. La consultazione si colloca inoltre nel dibattito sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 e sulla ridefinizione degli strumenti per le politiche territoriali. Tra maggio e giugno 2026 il CREA, attraverso l'Osservatorio sullo sviluppo locale nelle zone rurali della Rete Nazionale PAC, ha ascoltato chi opera nei territori rurali nell'ambito della call pubblicata sul portale della Rete PAC.
L'articolo propone una sintesi del dossier elaborato a partire dai 116 contributi analizzati, da cui emerge una lettura concreta del diritto di rimanere: imprese, competenze, servizi, salute, relazioni di comunità e capacità di accoglienza devono tenersi insieme.
Il contributo pubblicato, che comprende sintesi e dossier, aiuta a mettere a fuoco alcune questioni decisive: sviluppo locale partecipativo, integrazione tra fondi, servizi di prossimità, occupazione, imprenditorialità, valorizzazione delle risorse locali e cooperazione territoriale.
A rispondere sono stati soprattutto soggetti che praticano lo sviluppo locale ogni giorno. I GAL sono 85, pari al 73% della base, spesso rappresentati da direttori o coordinatori. Accanto a loro figurano università e centri di ricerca, imprese e cooperative, Autorità di Gestione, distretti, enti locali, terzo settore e organizzazioni ambientaliste. La copertura riguarda 19 Regioni e Province autonome, più due contributi nazionali, con una maggiore presenza di Lombardia, Veneto e Piemonte. Ne emerge il punto di vista di chi opera in prossimità dei territori e ne conosce vincoli, risorse e possibilità.
Le risposte mostrano una frattura netta (Figura 1). Qualità ambientale e paesaggio sono il patrimonio più riconosciuto dei territori rurali, indicati dal 72% come ragione per restare e quasi mai come carenza, insieme a vitalità culturale e reti di comunità. Sul versante opposto si collocano lavoro (77%), servizi essenziali (65%) e casa (28%), che pesano soprattutto come assenze. Anche la governance compare più tra le carenze (22%) che tra i punti di forza (7%). Si resta per la qualità dei luoghi e dei legami; si parte quando mancano lavoro, servizi e condizioni materiali adeguate.

Negli ambiti di intervento prevale sempre l'intera comunità (Figura 2). Il diritto di rimanere viene quindi letto come bene comune del territorio, non come misura per un solo gruppo. I giovani diventano il riferimento principale quando sono in gioco capitale sociale (47%), economia locale (44%) e rigenerazione (35%). La parità di genere emerge soprattutto su inclusione e welfare (32%), mentre resta marginale negli ambiti economici e ambientali.

La lettura per macro-area, da considerare con cautela per la numerosità contenuta dei casi, aggiunge alcune sfumature: il legame tra giovani ed economia locale si attenua nel Nord-Est; la rigenerazione appare come tema giovanile soprattutto nelle aree settentrionali; al Sud lo sguardo di genere risulta più trasversale.
La cultura, una priorità che non si dichiara. Tra le azioni indicate come prioritarie compaiono soprattutto lavoro, servizi e mobilità. La cultura emerge in modo diverso: è la seconda ragione "in attivo" per restare (41%) e ritorna nei bisogni come welfare relazionale e spazi di comunità. Le analisi sui 7.676 comuni rurali la collocano tra le leve che influenzano la capacità di un territorio di tenere o di svuotarsi, insieme a economia di prossimità, capitale umano ed equilibri ambientali. È quindi prioritaria anche quando non viene nominata come tale.
Le azioni prioritarie traducono questa domanda di permanenza in scelte concrete. Le cinque famiglie considerate delineano una gerarchia chiara: infrastrutture (126 indicazioni), imprenditorialità ed economia (117), benessere e salute (94), competenze e formazione (62), inclusione e vita comunitaria (54). Nelle infrastrutture domina la mobilità sostenibile e il collegamento tra centri rurali e poli di servizi (51%); nell'imprenditorialità, le condizioni di contesto per imprese innovative (39%); nel benessere, la sanità di prossimità (58%). Seguono i profili tecnici legati alle filiere locali (27%), gli spazi per la vita comunitaria (22%) e i percorsi di accoglienza per neo-rurali.

Gli strumenti indicati confermano che il diritto di rimanere non è pensato come politica isolata, ma come intreccio di dispositivi territoriali. In testa c'è LEADER, rilevante per 114 rispondenti su 116. Quasi allo stesso livello si collocano Green Communities e comunità energetiche (103), seguite da distretti del cibo (97), altre forme di cooperazione territoriale (89), SNAI (85), biodistretti (76), Gruppi Operativi PEI-AGRI (73) e CLLD FEAMPA (45). L'energia di comunità appare ormai parte integrante dello sviluppo locale.
La domanda aperta sul prossimo ciclo, cui hanno risposto tutti i 116 partecipanti, restituisce tre priorità. La prima è la capacità progettuale dei territori, con la carenza di personale tecnico nei piccoli comuni e il bisogno di accompagnamento stabile a enti locali, imprese e partenariati. La seconda è l'integrazione tra fondi e strumenti, che dovrebbe diventare una scelta strutturale del sistema, anche sciogliendo il nodo dell'allineamento tra SNAI e GAL. La terza riguarda i soggetti dello sviluppo locale, a partire dai GAL e dagli altri partenariati, da rafforzare come intermediari dell'innovazione territoriale. Seguono governance sovracomunale, semplificazione e risorse.
Raffaella Di Napoli
CREA PB
PianetaPSR numero 152 giugno 2026