
Quando si parla di agricoltura italiana si tende spesso a immaginare un modello unico di azienda agricola. In realtà, il settore è molto più variegato, come emerge da uno studio realizzato dai ricercatori del CREA Politiche e bioeconomia[1], basato sui dati dell'ultimo Censimento dell'Agricoltura (2020). L'analisi ha posto in luce questa complessità, analizzando oltre 450.000 aziende professionali orientate al mercato e individuando nove differenti profili imprenditoriali. Il risultato è un ritratto inedito dell'agricoltura italiana, utile non soltanto per descrivere il settore, ma anche per capire come dovrebbero evolvere le politiche pubbliche di sostegno.
Negli ultimi decenni il numero delle aziende agricole italiane si è fortemente ridotto, mentre quelle rimaste hanno assunto caratteristiche molto differenti tra loro. Alcune sono cresciute in dimensione e organizzazione, altre hanno diversificato le proprie attività, mentre molte hanno mantenuto modelli produttivi tradizionali.
Se negli anni Ottanta l'attenzione degli studiosi era concentrata soprattutto sulle dimensioni aziendali e sulla sopravvivenza delle aziende agricole, oggi entrano in gioco molti altri aspetti ritenuti rilevanti, che spaziano dall'innovazione tecnologica alla sostenibilità ambientale, ponendo attenzione ai processi di diversificazione delle attività e allo sviluppo delle relazioni con il mercato, senza trascurare le questioni irrisolte legate al ricambio generazionale e alla integrazione con i territori rurali.
L'azienda agricola non è più soltanto un luogo di produzione alimentare, ma svolge anche funzioni ambientali, sociali e territoriali.
Per analizzare questa realtà gli autori hanno preso in considerazione le aziende che vendono regolarmente i propri prodotti e che possiedono una dimensione economica minima di 8.000 euro/anno, tale da garantire una reale presenza sul mercato. Queste aziende, ritenute come la componente professionale del settore a livello nazionale, rappresentano poco oltre il 40% del totale censito, ma costituiscono il cuore produttivo dell'agricoltura italiana. Il restante 60%, una quota assolutamente rilevante numericamente, svolge comunque funzioni ambientali, sociali e di presidio del territorio fondamentali per il sistema rurale e agroalimentare italiano, ma ha una funzione produttiva limitata e rapporti sporadici con il mercato o che comunque si sviluppano secondo modalità alternative alla integrazione di filiera.
A partire dalle numerose variabili raccolte con il Censimento 2020, sono stati selezionati 16 indicatori, individuati attraverso una revisione della letteratura scientifica internazionale più recente, orientata all'analisi delle caratteristiche degli imprenditori agricoli. Gli indicatori sono stati raggruppati in cinque aree (Tabella 2).
A ciascuna variabile è stato associato un diverso livello di attitudine imprenditoriale in funzione della complessità gestionale e della connessa propensione al rischio imprenditoriale.
Successivamente, l'identificazione dei profili è avvenuta in due fasi.
Nella prima fase (stratificazione), le aziende sono state raggruppate secondo tre caratteristiche considerate fondamentali:
Questa prima classificazione ha generato gruppi omogenei di partenza, come illustrato nella Figura 1.
Quindi, si è passati alla seconda fase, tramite il ricorso a una procedura statistica di aggregazione (cluster analysis) che ha consentito di identificare le aziende con caratteristiche simili rispetto alle altre variabili considerate. Il risultato finale è stato l'individuazione di nove gruppi imprenditoriali distinti, che sono stati caratterizzati in altrettanti profili attraverso l'analisi degli indicatori selezionati.
I nove gruppi di aziende si distinguono per età, organizzazione, capacità di innovare e strategie adottate.
Tra questi si possono individuare tre grandi famiglie.
Uno dei risultati più interessanti dell'analisi riguarda i giovani agricoltori, che soprattutto nel dibattito pubblico sono presentati come una categoria unica, naturalmente portata all'innovazione e dotata di capacità manageriali. I dati raccontano una realtà più complessa, che si articola in profili imprenditoriali fortemente distinti:
Un altro risultato particolarmente interessante riguarda il rapporto tra innovazione e sostenibilità. Le aziende che investono maggiormente in innovazione tendono anche ad adottare pratiche più sostenibili, comprese quelle legate all'agricoltura biologica. In altre parole, le imprese più dinamiche sono spesso anche quelle maggiormente sensibili alle sfide ambientali. Questo suggerisce che innovazione e sostenibilità non siano percorsi alternativi, ma processi che si rafforzano reciprocamente.
L'immagine che emerge è quella di un'agricoltura italiana estremamente diversificata, nella quale accanto ad aziende altamente professionali convivono: imprese familiari tradizionali; aziende multifunzionali; aziende part-time; unità di piccole dimensioni; giovani imprese innovative; realtà orientate prevalentemente all'autoconsumo.
Questa varietà rappresenta una ricchezza del sistema italiano, ma rende più difficile costruire politiche efficaci.
In questo senso, i risultati dello studio offrono indicazioni molto rilevanti per il futuro disegno delle politiche agricole, nazionali ed europee. La presenza di nove distinti profili imprenditoriali dimostra infatti che gli agricoltori non costituiscono una categoria omogenea e che, di conseguenza, strumenti di sostegno uguali per tutti rischiano di essere poco efficaci.
La ricerca evidenzia come le aziende più innovative e orientate al mercato rappresentino solo una parte dell'agricoltura professionale italiana. Accanto a queste operano aziende tradizionali, aziende gestite part-time e aziende condotte da imprenditori anziani che svolgono funzioni economiche, ambientali e sociali differenti. Per questo motivo le future politiche dovrebbero essere maggiormente differenziate, adattando strumenti e obiettivi alle caratteristiche dei diversi gruppi di agricoltori.
Un primo ambito di intervento riguarda il ricambio generazionale. Lo studio mostra infatti che l'ingresso dei giovani non coincide automaticamente con una maggiore capacità di innovare. Alcuni giovani imprenditori adottano strategie avanzate e diversificano le attività aziendali, mentre altri replicano modelli produttivi più tradizionali. Ciò suggerisce che gli aiuti all'insediamento dovrebbero essere accompagnati da percorsi di formazione, consulenza, accesso alla terra e sostegno agli investimenti, favorendo non soltanto il ricambio anagrafico ma anche quello imprenditoriale.
Un secondo aspetto riguarda la definizione dei destinatari delle politiche agricole. Gli autori sottolineano che il dibattito europeo si concentra sempre più sulla necessità di indirizzare le risorse verso gli agricoltori realmente attivi. Tuttavia, individuare chi debba essere considerato un "vero agricoltore" non è semplice, perché le aziende agricole svolgono funzioni diverse e contribuiscono in modi differenti allo sviluppo dei territori rurali. Un'applicazione troppo restrittiva di questo principio potrebbe ridurre fortemente la platea dei beneficiari, con ripercussioni sulla gestione del territorio e sulla vitalità delle aree rurali.
Lo studio suggerisce, inoltre, la necessità di una maggiore selettività degli interventi pubblici. Le aziende più orientate all'innovazione potrebbero beneficiare di misure dedicate agli investimenti, alla digitalizzazione e alla diversificazione delle attività. Le aziende più tradizionali, invece, potrebbero richiedere strumenti finalizzati alla stabilità del reddito, al mantenimento dell'attività agricola e alla tutela del territorio. Analogamente, per le aziende condotte da imprenditori anziani, potrebbe essere opportuno rafforzare le politiche di accompagnamento alla successione e al trasferimento aziendale.
Infine, la ricerca evidenzia l'importanza di una maggiore integrazione tra politiche agricole, politiche per l'istruzione, servizi di consulenza e misure sociali. Secondo gli autori, il futuro dell'agricoltura italiana non dipenderà soltanto dalla disponibilità di risorse finanziarie, ma anche dalla capacità di costruire percorsi coerenti che favoriscano innovazione, ricambio generazionale, accesso alla terra e sviluppo delle competenze imprenditoriali. In questo senso, la diversità delle aziende agricole dovrebbe essere considerata non un problema da semplificare, ma una caratteristica da valorizzare nella progettazione delle future politiche di sviluppo rurale.
In questo senso, il messaggio chiave che emerge dallo studio è che non esiste un modello dominante di agricoltore e agricoltura. Esistono invece molte agricolture diverse che convivono all'interno dello stesso sistema produttivo nazionale. Comprenderle e sostenerle in modo adeguato e selettivo sarà una delle sfide decisive per le politiche agricole dei prossimi anni.
Andrea Arzeni, Concetta Cardillo, Roberto Henke, Roberta Sardone
CREA - Politiche e Bioeconomia
PianetaPSR numero 153 luglio/agosto 2026